Per non farla soffrire abbiamo deciso di farla morire di fame e sete...
Tesi interessante!
Sottoscrivo quanto proposto da Federvita Piemonte e Compagnia delle Opere Piemonte, qui sotto riportate:
LETTERA APERTA ALLA PRESIDENTE BRESSO
Presidente Bresso, mi rivolgo a Lei implorandoLa di ritirare la disponibilità del Piemonte ad uccidere Eluana, ma ancor più mi rivolgo ai piemontesi affinché si ribellino: questa non è una questione politica, ma di vita o di morte!
Uccidere Eluana togliendole idratazione e nutrizione non e’ solo inconcepibile ed inaccettabile, non solo criminoso e contro tutto lo spirito della costituzione e delle leggi italiane, ma ci costringe a riflettere su di un potere inaccettabile dei tribunali, che evidentemente possono stravolgere le leggi, anzi produrne. L’eutanasia in Italia non e’ lecita, ma uccidere Eluana va ben oltre!
Non possiamo rassegnarci a tutto questo!!!
La nostra non e’ piu’ una civilta’.
Gandhi affermava che una legge ingiusta rende ingiusto uno stato: di leggi ingiuste in italia (194/78, 40/2004, ecc.) ce ne sono gia’ quanto basta ed oltre, ma ora c’è chi le supera.
Se qualcuno ancora crede nel fondamentale diritto alla vita deve ribellarsi: la maggioranza silenziosa è connivente, corresponsabile!!! E’ mai possibile che si difendano solo i criminali dalla pena di morte e si continui a condannare a morte gli innocenti? Gli unici esseri che la nostra società difende sempre più sono gli animali!!!
Per quanto riguarda le dichiarazioni anticipate sul fine vita, mi sembra interessante meditare sulla storia del professor Melazzini:
Il primario oncologo Mario Melazzini, gravemente affetto dalla sclerosi laterale amiotrofica, una delle malattie più difficili da accogliere, nel libro “Liberi di Vivere. Malati inguaribili, persone da curare” (edizioni ARES), scritto dal caporedattore del Resto del Carlino, Massimo Pandolci, afferma: “… la morte non è un diritto, è un fatto. Non esiste il diritto a morire. Io non sono così assolutista ma su questo argomento sì”. “La morte è un evento naturale della vita; è la vita che va permessa, difesa dal primo momento, e cioè dal concepimento e fino alla morte naturale – ha aggiunto –. E questa non è ideologia o religione; no è la natura! La natura ci insegna che la vita va tutelata; questo è il vero rispetto”.
A proposito del tentativo di far morire Eluana Englaro, Melazzini è stato molto chiaro: “Quello che i giudici di Milano hanno sentenziato rappresenta un puro caso di legittimazione di una forma di eutanasia. Per me è un omicidio”. E ancora: “hai la dignità di persona umana se hai tutte le funzioni, tutti i punti. Se cominci a perdere qualche funzione, cominciano a scalarti anche i punti”…“A un certo punto, se perdi molte funzioni perdi tutti i crediti: non ti resta nulla e ti tolgono la patente di persona. Non sei più degno di vivere, non sei più compatibile con una vita degna. Sei ancora vivo, ma la tua vita non è degna di essere vissuta. (…) Ecco dove porta la cultura dei benpensanti: alla selezione della specie”.
Di fronte a questa deriva, Melazzini chiede di tornare all’origine di ciò che siamo. “Te lo posso assicurare, ringrazio la malattia: mi sta insegnando a vivere”. E’ chiaro che se avessero chiesto (a trent’anni) al dottor Melazzini che cosa avrebbe voluto fare di fronte ad una simile eventualità, avrebbe risposto che non l’avrebbe accettata. Infatti oltre all’assurda pretesa di voler disporre della propria vita, si deve anche chiarire che è molto diverso prevedere una situazione o viverla.
Invito tutti coloro che leggeranno questo appello ad aderire con un proprio contributo o almeno con i propri dati personali nel link http://salviamoeluana.docvita.it
Eluana può purtroppo diventare l’autostrada per l’eutanasia!
Garrone dr. Giuseppe, Presidente di Federvita Piemonte
LETTERA APERTA ALLA PRESIDENTE BRESSO E ALL'ASSESSORE ARTESIO
Al Presidente della Giunta Regionale del Piemonte On. Mercedes Bresso
All’Assessore alla Solidarietà sociale, Politiche giovanili e Programmazione sanitaria Dott.ssa Eleonora Artesio
In riferimento alla sospensione di acqua e cibo prevista dal decreto dalla Corte d’Appello di Milano che autorizza la sospensione di idratazione e nutrizione alla Sig.ra ELUANA ENGLARO sino al decesso della stessa, i sottoscritti medici ed operatori sanitari della Regione Piemonte sentono l’obbligo di sottolineare l’inapplicabilità delle procedure previste dal decreto della Corte stessa e la loro palese contraddizione con le regole della deontologia medica internazionale, la cui violazione determina responsabilità anche in sede civile e penale.
Infatti, il decreto impone che, mentre si sospendono l’idratazione e la nutrizione, venga evitata la sofferenza con "…somministrazione di sostanze idonee ad eliminare l’eventuale disagio da carenza di liquidi".
Ora, in medicina è regola assoluta che la presenza di qualunque "disagio" e sofferenza venga corretta anzitutto rimuovendo le cause che la determinano e non nascondendone artificialmente le conseguenze, mentre si lasciano perdurare gli effetti dannosi della causa non rimossa.
Nel caso di specie, ciò significa che, davanti alla sofferenza prodotta dalla mancanza prolungata per ore e giorni di acqua e cibo (sulla cui entità – della sofferenza - non esistono ad oggi evidenze scientifiche definitive, tanto da far prevedere la somministrazione di sedativi), il medico deve, per agire in modo deontologicamente e scientificamente corretto, intervenire somministrando liquidi ed elementi nutritivi e non nascondendo la sofferenza stessa con sedativi, antidolorifici e altri farmaci.
Per questi motivi il dispositivo del decreto è inapplicabile tecnicamente senza venire meno alle regole fondanti della ‘Good Clinical Practice’ (Dichiarazione di Helsinki).
Per questa ragione medici ed operatori sanitari della Regione Piemonte sono disponibili ad accogliere la Sig.ra Englaro presso le strutture sanitarie del Piemonte, ove vi siano motivi sanitari che lo giustifichino, ma non per causarne il decesso.
Inoltre, gli operatori sanitari del Piemonte, nel ricordare che la nutrizione e l’idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere, stigmatizzano affermazioni ed atteggiamenti che, negando dignità umana a persone in totale dipendenza, hanno come intrinseca conseguenza di suscitare indebite perplessità in migliaia di persone che ogni giorno si prodigano a favore dei disabili e di favorire l’abbandono terapeutico di una quota non indifferente della nostra popolazione.
Associazione Medicina e Persona del Piemonte e Valle d’Aosta
Associazione Medici Cattolici Italiani Piemonte Valle d’Aosta
Movimento per la Vita di Torino
Associazione Scienza e Vita del Piemonte
lunedì 26 gennaio 2009
martedì 13 gennaio 2009
Anche i bus, remano contro!
Sul Sole 24 ore di oggi la notizia!Due bus a Genova saranno sponsorizzati dagli atei, contro Dio!
Sono sconvolto.
Pagare una sponsorizzazione non per dire che c'è qualcuno, ma per dire che se qualcuno ha trovato Qualcuno, non è vero!
Come quelli che non tifano per nessuno ma si aspettano solo che l'altra squadra nemica perda.
Per fortuna la penso diversamente!
Questo il testo che ho trovato su Facebook, ben scritto dal creatore della pagina Paolo Padrini
e che potete visitare a questo indirizzo : http://www.facebook.com/profile.php?id=509879146#/group.php?gid=44404647169&ref=mf
Questa notte mi sono arrivati alcuni messaggi di amici, scandalizzati e preoccupati per i cosiddetti "autobus atei" che stanno per arrivare a Genova.
"La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno".Questo reciterà lo striscione che apparirà a Genova (guarda caso....), promosso dall' UAAR.
La stessa iniziativa in questi giorni si stà realizzando anche a Londra ed a Barcellona, con - però - alcune differenze.Sugli autobus spagnoli, infatti, c'è scritto: "Probabilmente Dio non esiste....goditi la vita".Una frase questa, che lascia trasparire più onestà da parte dei "cugini spagnoli" del nostrano UAAR.
Almeno loro usano una formula dubitativa. E il dubbio, lo sappiamo, ha un suo valore.Quella italia invece, come posizione, è ben squallida.Neppure il dubbio - che in qualche modo muove le coscienze - viene proposto. Quella che viene proposta è una tesi totalmente ideologica, che in forza di un "dio" contrario, asserisce che il "nostro Dio" non esiste.
Verrebbe da chiedersi se queste persone si possano definire atee, oppure siano più fideiste dei credenti!Ma non voglio dare troppa importanza a questo cartellone pubblicitario.
Noi cristiani non abbiamo bisogno nè di rispondere a questa "pseudo- provocazione" e tantomeno di farci pubblicità.La fede, quella operosa, non ha bisogno di farsi pubblicità.
Si vede per le strade dove tanti cristiani anche genovesi si "fanno il mazzo" per aiutare i poveri (che non mi sembra vengano ospitati nelle case dell'UAAR)....penso ad esempio alla Comunità di Sant'Egidio genovese.
La fede si vede nelle opere e nelle attenzioni quotidiane di tanti genovesi (ed italiani) che cercando di affrontare le difficoltà dell'immigrazione e dell'accoglienza (anche questa realtà molto presente a Genova).Insomma: si può anche dire e scrivere che Dio non esiste.
Siamo liberi di pensarlo e di dirlo.Ma andatelo a chiedere a chi lo incontra ogni giorno nella testimonianza e nel servizio gratuito dei cristiani, se Dio non esiste....vedrete cosa vi diranno.
mercoledì 26 novembre 2008
La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare

Ciao,
sabato 29 novembre partecipa alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, donando parte delle tua spesa a chi non può farla.
Passaparola e manda l'invito anche ai tuoi amici.
Per saperne di più e conoscere l’elenco dei supermercati che aderiscono all’iniziativa vai sul sito http://www.bancoalimentare.it/
Registrati su Facebook e iscriviti alla pagina "Amici Banco Alimentare onlus".
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martedì 11 novembre 2008
Amianto: l'urlo silenzioso di Casale che chiede giustizia e ricerca - In duemila alla fiaccolata

da "Il Monferrato"
«Quanti siamo?». «Un mare». A pensare quanti lutti e quante lacrime, quante vite e quante famiglie distrutte ci siano dietro a tutte queste fiaccole, ti vengono i brividi addosso. Guai a parlare di successo della manifestazione: perché dietro questa vasta partecipazione popolare c’è una strage senza fine.
E questo corteo composto e commosso rappresenta solo l’urlo silenzioso di una città, di un territorio che piange più di 1500 morti da amianto, che chiede giustizia e che invoca speranza: «Giustizia, bonifica e ricerca per battere il mesotelioma», come chiedono i promotori della fiaccolata partita alle 18 di lunedì dal mercato Pavia.
C’è tantissima gente comune - e molti non trattengono le lacrime - e poi c’è una grande adesione da parte del mondo dello sport. C’è Matteo Formenti, il capitano della Junior basket; c’è Carlo Alberto Mercandelli, l’ex azzurro di motocross, reduce dalla maratona di New York; c’è Linda Giordana, la bandiera della pallavolo casalese; c’è Alberto Gnani, il fondatore della pallamano casalese. E c’è una massiccia partecipazione del settore giovanile del Casale calcio, che apre il corteo. E poi, tanti, tantissimi altri.
C’è Carlo Liedholm, il figlio del popolarissimo allenatore, che per il mesotelioma ha perso la moglie, casalese. C’è Giusy Pivetta, la vedova dell’imprenditore in cui memoria, all’inizio di ottobre è stata organizzata a Terruggia una prima fiaccolata spontanea da cui è nata l’idea di questa manifestazione in città. C’è anche una delegazione della Thyssen Krupp di Torino. Ci sono i medici che combattono la loro battaglia quotidiana a fianco dei malati di mesotelioma, come Daniela Degiovanni e Luciano Mutti; ci sono tanti sindaci del Comprensorio, con le fasce tricolori, accanto al primo cittadino di Casale Paolo Mascarino e tanti politici dei vari schieramenti, in rappresentanza di Comuni, Provincia, Regione; ci sono i sindacalisti, i componenti del Comitato vertenza Amianto guidati da Romana Blasotti Pavesi, i volontari di Vitas. Ci sono anche don Antonio Gennaro, vicario generale della Diocesi e don Gino Piccio, già prete operaio e Premio per la Pace. E ancora: piccoli imprenditori, impiegati, pensionati. «Fermiamo questa strage», invoca uno striscione.
Il corteo percorre via Aporti, corso Manacorda, imbocca via Roma per poi ritornare in piazza Castello. Il traffico si ferma e le auto si incolonnano rispettose. I promotori, alla fine, parlano di oltre 2000 partecipanti. Secondo la Questura, sono 1600-1700.
A pensare che ad ogni fiaccola corrisponde una vittima, una vittima di una strage assurda e crudele, ti vengono altro che i brividi. Tutta questa gente che sfila silenziosa, a nome dell’intera città e dell’intero territorio, chiede giustizia e speranza. Per coloro che sono ammalati e per coloro che purtroppo si ammaleranno. E poi, quando finalmente a Casale la strage sarà finita, per tutti coloro che vivono nei Paesi in cui ancora viene - incredibilmente lavorato l’amianto.
lunedì 3 novembre 2008
Esistono ancora programmi tv di qualità

di Silvia Motta da www.ilsussidiario.net
Ospite di un talk show su “tv e democrazia” mi si chiedeva se la tv in Italia sia mai stata libera. “D’altra parte”, diceva la scheda iniziale del programma, “la tv è spesso manipolabile e distorta da vari fattori. Come l’auditel o la forte influenza del potere politico che minano l’indipendenza dell’informazione ma anche la qualità culturale dei programmi di intrattenimento”. Ragionamento ineccepibile dal punto di vista del trend televisivo: 1) informazione condizionata e faziosa 2) intrattenimento trash.
La conseguenza del ragionamento sarebbe una epurazione vistosa del potere politico e una riduzione dell’influenza del potere economico su una delle maggiori industrie a livello nazionale, quella della produzione televisiva. Realistico? A me pare di no. Ce la vediamo una Mediaset che improvvisamente decide di rinunciare agli alti ascolti di C’è posta per te in favore di un innalzamento culturale del telespettatore? O una Rai che in quattro e quattro otto si disfi dei poteri editorial politici per garantire un pluralismo oggettivo “alla BBC”? Forse si, ma non in tempi brevi. E poi chi potrebbe farsi garante di un così titanico cambiamento?
Se mi si dovesse chiedere di fare una tabella sui programmi di qualità o meno della tv italiana, mi accoderei alla opinione comune che vede i reality, Uomini e Donne, i soliti Veline e Velone e molti altri dalla parte dei cattivi, salvando documentari, programmi sulla storia e magari qualche quiz. Perché è questo che vuole una certa critica di stampo moralistico. Ma i super eroi non esistono e inevitabilmente la tv avrà sempre a che fare con tutti i poteri sopra citati: politico, economico e chi più ne ha più ne metta. Siamo allora condannati al ciclo e riciclo storico di buona e cattiva qualità in tv? Anche se vi dicessi di non guardare questa o quella trasmissione perché fa male alla salute, temo che la dialettica dei programmi di Maria De Filippi in un fotogramma vi convincerebbe del contrario.
La vera domanda non è dunque se in Italia la tv sia mai stata libera, ma se il telespettatore sia mai stato libero davanti alla tv. Ciò che spesso manca a chi ingurgita i raggi del tubo catodico è un’educazione a giudicare. Accendiamo la tv e ci perdiamo nel carpe diem dell’immagine, delle argomentazioni, delle risse, delle emozioni, trascinati da sentimentalismi su quello che ci viene proposto. Ci vuole una forza di strappo, in favore della coscienza che io telespettatore sono anche un uomo e in quanto tale sono fatto per qualcosa di più di quello che sento.
In uno dei suoi pensieri Pascal dice che se tutto il mondo gli precipitasse addosso per schiacciarlo, lui sarebbe più grande in forza di qualcosa che sfugge al nesso mortale e lo giudica, lo comprende. Alla luce di questo concetto, di fronte alla tv cosa avrebbe fatto Pascal? In alcuni casi l’avrebbe spenta, in altri invece sarebbe stato ad ascoltare perché vi avrebbe trovato una corrispondenza o perché avrebbe inteso giudicarla, magari per discuterne poi ospite in qualche talk show o anche con gli amici al bar. Giudichiamo la tv. Giudichiamo tutto ciò che passa, anche sullo schermo di casa nostra.
sabato 13 settembre 2008
l discorsi del Papa a Lourdes
sabato, 13 settembre 2008 - Discorso del Papa a Lourdes dopo la processione “aux flambeaux”
Caro Monsignor Perrier, Vescovo di Tarbes e Lourdes, cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari pellegrini, cari fratelli e sorelle!
Centocinquant’anni fa, l’11 febbraio 1858, in questo luogo detto La grotta di Massabielle, fuori dell’abitato, una semplice ragazzina di Lourdes, Bernadette Soubirous, vide una luce e, dentro questa luce, una giovane signora “bella, bella, più di tutto”. Questa Signora si rivolse a lei con bontà e dolcezza, con rispetto e fiducia. “Essa mi dava del voi (racconta Bernadette)…Volete farmi il favore di venire qui durante i prossimi quindici giorni? (le domanda la Signora)…Essa mi guardava come una persona che parla ad un’altra persona”. E’ in questa conversazione, in questo dialogo tutto pervaso di delicatezza, che la Signora la incarica di trasmettere certi messaggi molto semplici sulla preghiera, la penitenza e la conversione. Non suscita meraviglia che Maria sia bella, giacché, nell’apparizione del 25 marzo 1858, ella rivela così il suo nome: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
Guardiamo a nostra volta quella “Donna vestita di sole”(Ap 12,1) che ci descrive la Scrittura. La Santissima Vergine Maria, la Donna gloriosa dell’Apocalisse, porta sul suo capo una corona di dodici stelle, che rappresentano le dodici tribù d’Israele, l’intero popolo di Dio, tutta la comunione dei santi, e insieme, ai suoi piedi, la luna, immagine della morte e della mortalità. Maria ha lasciato la morte dietro di sé; è interamente rivestita di vita, quella del Figlio, del Cristo risorto. Ella è così il segno della vittoria dell’amore, del bene e di Dio, che dona al nostro mondo la speranza di cui ha bisogno. Questa sera volgiamo il nostro sguardo verso Maria, così gloriosa e così umana, e lasciamo che sia lei a condurci verso Dio, che è il vincitore.
Numerose persone ne hanno reso testimonianza: l’incontro col viso luminoso di Bernadette sconvolgeva i cuori e gli sguardi. Sia durante le apparizioni che quando le raccontava, il suo viso diveniva tutto raggiante. Bernadette era ormai abitata dalla luce di Massabielle. La vita quotidiana della famiglia Soubirous, tuttavia, era tuttavia intessuta di miseria e di tristezza, di malattia e di incomprensione, di rifiuto e di povertà. Pur non mancando amore e calore nelle relazioni familiari, era difficile vivere nel “cachot” (la “prigione”). Ma le ombre della terra non hanno impedito di brillare alla luce del cielo: “La luce splende nelle tenebre…”(Gv 1,5). Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce. A partire dalla quarta apparizione Bernadette, arrivando alla grotta, accendeva ogni mattina un cero benedetto e lo teneva nella mano sinistra, fin che la Vergine le si mostrava.
Ben presto, vi furono persone che affidarono a Bernadette un cero perché lo conficcasse nella terra in fondo alla grotta. In breve tempo, anche altre persone deposero ceri in quel luogo di luce e di pace. La stessa Madre di Dio fece sapere di gradire l’omaggio toccante di quelle migliaia di ceri, che da allora rischiarano senza interruzione, per dare gloria a lei, il masso roccioso dell’apparizione. Da quel giorno, davanti alla grotta, notte e giorno, tanto d’estate quanto d’inverno, brilla un roveto ardente incendiato dalle preghiere dei pellegrini e dei malati, che esprimono le loro preoccupazioni e i loro bisogni, ma soprattutto la loro fede e la loro speranza. Venendo in pellegrinaggio qui, a Lourdes, noi vogliamo entrare, sulle orme di Bernadette, in quella straordinaria prossimità tra il cielo e la terra che non si è mai smentita e che non cessa di consolidarsi. Durante le apparizioni è da rilevare che Bernadette recita la corona sotto gli occhi di Maria, che si unisce a lei al momento della dossologia. Questo fatto conferma il carattere profondamente teocentrico della preghiera del Rosario. Quando recitiamo la corona, Maria ci offre il suo cuore e il suo sguardo per contemplare la vita del Figlio suo, Cristo Gesù. Il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo
II venne due volte qui, a Lourdes. Noi sappiamo quanto, nella sua vita e nel suo ministero, la preghiera si appoggiasse sull’intercessione della Vergine Maria. Come molti suoi Predecessori sulla Sede di Pietro, anch’egli incoraggiò vivamente la preghiera della corona; lo fece, tra l’altro, in un modo del tutto singolare, arricchendo il Rosario con la meditazione dei Misteri della Luce. Questi sono del resto rappresentati sulla facciata della Basilica nei nuovi mosaici, inaugurati l’anno scorso. Come per tutti gli avvenimenti della vita di Cristo che essa “serbava meditandoli nel suo cuore” (Lc 2,19), Maria ci fa comprendere tutte le tappe del ministero pubblico come parte integrante della rivelazione della Gloria di Dio. Possa Lourdes, terra di luce, restare una scuola per imparare a recitare il Rosario, che introduce i discepoli di Gesù, sotto gli occhi della Madre sua, in un dialogo autentico e cordiale con il suo Maestro!
Per bocca di Bernadette noi sentiamo la Vergine Maria chiederci di venire qui in processione per pregare con semplicità e fervore. La processione “aux flambeaux” traduce ai nostri occhi di carne il mistero della preghiera: nella comunione della Chiesa, che unisce eletti del cielo e pellegrini della terra, la luce zampilla dal dialogo tra l’uomo e il suo Signore e una strada luminosa si apre nella storia degli uomini, compresi anche i momenti più bui. Questa processione è un momento di grande gioia ecclesiale, ma anche un tempo di riflessione austera: le intenzioni che portiamo con noi sottolineano la nostra profonda comunione con tutti gli esseri che soffrono. Pensiamo alle vittime innocenti che subiscono la violenza, la guerra, il terrorismo, la carestia, o che portano le conseguenze delle ingiustizie, dei flagelli e delle calamità, dell’odio e dell’oppressione, degli attentati alla loro dignità umana e ai loro diritti fondamentali, alla loro libertà d’azione e di pensiero. Pensiamo anche a coloro che vivono problemi familiari o che soffrono in conseguenza della disoccupazione, della malattia, dell’infermità, della solitudine, della loro situazione di immigrati. Non voglio inoltre dimenticare coloro che patiscono a causa del nome di Cristo e che muoiono per Lui. Maria ci insegna a pregare, a fare della nostra preghiera un atto d’amore per Dio e di carità fraterna. Pregando con Maria, il nostro cuore accoglie coloro che soffrono. Come potrebbe la nostra vita non esserne, di conseguenza, trasformata? Perché il nostro essere e la nostra vita tutta intera non dovrebbero diventare luoghi di ospitalità per il nostro prossimo? Lourdes è un luogo di luce, perché è un luogo di comunione, di speranza e di conversione.
Ora che cala la notte Gesù ci dice: “Conservate le vostre lampade accese” (cfr Lc 12,35): la lampada della fede, la lampada della preghiera, la lampada della speranza e dell’amore! Questo camminare nella notte, portando la luce, parla con forza al nostro intimo, tocca il nostro cuore e dice molto di più che ogni altra parola pronunciata o intesa. Questo gesto riassume da solo la nostra condizione di cristiani in cammino: abbiamo bisogno di luce e, allo stesso tempo, siamo chiamati a divenire luce. Il peccato ci rende ciechi, ci impedisce di proporci come guide per i nostri fratelli, e ci spinge a diffidare di loro e a non lasciarci guidare. Abbiamo bisogno di essere illuminati e ripetiamo la supplica del cieco Bartimeo: “Maestro, fa’ che io veda!” (Mc 10,51). Fa’ che io veda il mio peccato che mi intralcia, ma soprattutto: Signore, fa’ che io veda la tua gloria! Lo sappiamo: la nostra preghiera è già stata esaudita e noi rendiamo grazie perché, come dice san Paolo nella Lettera
agli Efesini: “Cristo ti illuminerà” (5,14), e san Pietro aggiunge: “Egli vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2,9). A noi che non siamo la luce, Cristo può ormai dire: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), affidandoci la cura di fare risplendere la luce della carità. Come scrive l’apostolo san Giovanni: “Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo” (1 Gv 2,10). Vivere l’amore cristiano è fare entrare la luce di Dio nel mondo e, insieme, indicarne la vera sorgente. San Leone Magno scrive: “Chiunque, in effetti, vive piamente e castamente nella Chiesa, chi pensa alle cose di lassù, non a quelle della terra (cfr Col 3,2), è in certo modo simile alla luce celeste; mentre realizza egli stesso lo splendore di una vita santa, indica a molti, come una stella, la via che conduce a Dio” (Serm. III, 5).
In questo santuario di Lourdes, verso il quale i cristiani del mondo intero rivolgono lo sguardo da quando la Vergine Maria vi ha fatto brillare la speranza e l’amore, donando ai malati, ai poveri e ai piccoli il primo posto, siamo invitati a scoprire la semplicità della nostra vocazione: in realtà, basta amare. Domani la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce ci farà precisamente entrare nel cuore di questo mistero. In questa veglia, il nostro sguardo già si volge verso il segno della nuova Alleanza verso cui tutta la vita di Gesù converge. La Croce costituisce il supremo e perfetto atto d’amore di Gesù, che dona la vita per i suoi amici. “Così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Annunciata nei Canti del Servo di Dio, la morte di Gesù è una morte che diviene luce per i popoli; è una morte che, in collegamento con la liturgia di espiazione, porta la riconciliazione, una morte che segna la fine della morte. Da allora la Croce è segno di speranza, vessillo della vittoria di Gesù, perché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”(Gv 3,16). Attraverso la Croce tutta la nostra vita riceve luce, forza e speranza. Con essa è rivelata tutta la profondità dell’amore contenuto nel disegno originario del Creatore; con essa, tutto è sanato e portato al suo compimento. E’ per questo che la vita nella fede in Cristo morto e risorto diviene luce.
Le apparizioni erano circonfuse di luce e Dio ha voluto accendere nello sguardo di Bernadette una fiamma che ha convertito innumerevoli cuori. Quante persone vengono qui per vedere, sperando forse segretamente di ricevere qualche miracolo; poi, sulla via del ritorno, avendo fatto un’esperienza spirituale di vita autenticamente ecclesiale, cambiano il loro sguardo su Dio, sugli altri e su se medesime. Una piccola fiamma chiamata speranza, compassione, tenerezza le abita.
L’incontro discreto con Bernadette e con la Vergine Maria può cambiare una vita, perché esse sono presenti, in questo luogo di Massabielle, per condurci a Cristo, il quale è la nostra vita, la nostra forza, la nostra luce. Che la Vergine Maria e santa Bernadette vi aiutino a vivere da figli della luce per testimoniare, ogni giorno della vostra vita, che Cristo è la nostra luce, la nostra speranza, la nostra vita!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Caro Monsignor Perrier, Vescovo di Tarbes e Lourdes, cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari pellegrini, cari fratelli e sorelle!
Centocinquant’anni fa, l’11 febbraio 1858, in questo luogo detto La grotta di Massabielle, fuori dell’abitato, una semplice ragazzina di Lourdes, Bernadette Soubirous, vide una luce e, dentro questa luce, una giovane signora “bella, bella, più di tutto”. Questa Signora si rivolse a lei con bontà e dolcezza, con rispetto e fiducia. “Essa mi dava del voi (racconta Bernadette)…Volete farmi il favore di venire qui durante i prossimi quindici giorni? (le domanda la Signora)…Essa mi guardava come una persona che parla ad un’altra persona”. E’ in questa conversazione, in questo dialogo tutto pervaso di delicatezza, che la Signora la incarica di trasmettere certi messaggi molto semplici sulla preghiera, la penitenza e la conversione. Non suscita meraviglia che Maria sia bella, giacché, nell’apparizione del 25 marzo 1858, ella rivela così il suo nome: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
Guardiamo a nostra volta quella “Donna vestita di sole”(Ap 12,1) che ci descrive la Scrittura. La Santissima Vergine Maria, la Donna gloriosa dell’Apocalisse, porta sul suo capo una corona di dodici stelle, che rappresentano le dodici tribù d’Israele, l’intero popolo di Dio, tutta la comunione dei santi, e insieme, ai suoi piedi, la luna, immagine della morte e della mortalità. Maria ha lasciato la morte dietro di sé; è interamente rivestita di vita, quella del Figlio, del Cristo risorto. Ella è così il segno della vittoria dell’amore, del bene e di Dio, che dona al nostro mondo la speranza di cui ha bisogno. Questa sera volgiamo il nostro sguardo verso Maria, così gloriosa e così umana, e lasciamo che sia lei a condurci verso Dio, che è il vincitore.
Numerose persone ne hanno reso testimonianza: l’incontro col viso luminoso di Bernadette sconvolgeva i cuori e gli sguardi. Sia durante le apparizioni che quando le raccontava, il suo viso diveniva tutto raggiante. Bernadette era ormai abitata dalla luce di Massabielle. La vita quotidiana della famiglia Soubirous, tuttavia, era tuttavia intessuta di miseria e di tristezza, di malattia e di incomprensione, di rifiuto e di povertà. Pur non mancando amore e calore nelle relazioni familiari, era difficile vivere nel “cachot” (la “prigione”). Ma le ombre della terra non hanno impedito di brillare alla luce del cielo: “La luce splende nelle tenebre…”(Gv 1,5). Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce. A partire dalla quarta apparizione Bernadette, arrivando alla grotta, accendeva ogni mattina un cero benedetto e lo teneva nella mano sinistra, fin che la Vergine le si mostrava.
Ben presto, vi furono persone che affidarono a Bernadette un cero perché lo conficcasse nella terra in fondo alla grotta. In breve tempo, anche altre persone deposero ceri in quel luogo di luce e di pace. La stessa Madre di Dio fece sapere di gradire l’omaggio toccante di quelle migliaia di ceri, che da allora rischiarano senza interruzione, per dare gloria a lei, il masso roccioso dell’apparizione. Da quel giorno, davanti alla grotta, notte e giorno, tanto d’estate quanto d’inverno, brilla un roveto ardente incendiato dalle preghiere dei pellegrini e dei malati, che esprimono le loro preoccupazioni e i loro bisogni, ma soprattutto la loro fede e la loro speranza. Venendo in pellegrinaggio qui, a Lourdes, noi vogliamo entrare, sulle orme di Bernadette, in quella straordinaria prossimità tra il cielo e la terra che non si è mai smentita e che non cessa di consolidarsi. Durante le apparizioni è da rilevare che Bernadette recita la corona sotto gli occhi di Maria, che si unisce a lei al momento della dossologia. Questo fatto conferma il carattere profondamente teocentrico della preghiera del Rosario. Quando recitiamo la corona, Maria ci offre il suo cuore e il suo sguardo per contemplare la vita del Figlio suo, Cristo Gesù. Il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo
II venne due volte qui, a Lourdes. Noi sappiamo quanto, nella sua vita e nel suo ministero, la preghiera si appoggiasse sull’intercessione della Vergine Maria. Come molti suoi Predecessori sulla Sede di Pietro, anch’egli incoraggiò vivamente la preghiera della corona; lo fece, tra l’altro, in un modo del tutto singolare, arricchendo il Rosario con la meditazione dei Misteri della Luce. Questi sono del resto rappresentati sulla facciata della Basilica nei nuovi mosaici, inaugurati l’anno scorso. Come per tutti gli avvenimenti della vita di Cristo che essa “serbava meditandoli nel suo cuore” (Lc 2,19), Maria ci fa comprendere tutte le tappe del ministero pubblico come parte integrante della rivelazione della Gloria di Dio. Possa Lourdes, terra di luce, restare una scuola per imparare a recitare il Rosario, che introduce i discepoli di Gesù, sotto gli occhi della Madre sua, in un dialogo autentico e cordiale con il suo Maestro!
Per bocca di Bernadette noi sentiamo la Vergine Maria chiederci di venire qui in processione per pregare con semplicità e fervore. La processione “aux flambeaux” traduce ai nostri occhi di carne il mistero della preghiera: nella comunione della Chiesa, che unisce eletti del cielo e pellegrini della terra, la luce zampilla dal dialogo tra l’uomo e il suo Signore e una strada luminosa si apre nella storia degli uomini, compresi anche i momenti più bui. Questa processione è un momento di grande gioia ecclesiale, ma anche un tempo di riflessione austera: le intenzioni che portiamo con noi sottolineano la nostra profonda comunione con tutti gli esseri che soffrono. Pensiamo alle vittime innocenti che subiscono la violenza, la guerra, il terrorismo, la carestia, o che portano le conseguenze delle ingiustizie, dei flagelli e delle calamità, dell’odio e dell’oppressione, degli attentati alla loro dignità umana e ai loro diritti fondamentali, alla loro libertà d’azione e di pensiero. Pensiamo anche a coloro che vivono problemi familiari o che soffrono in conseguenza della disoccupazione, della malattia, dell’infermità, della solitudine, della loro situazione di immigrati. Non voglio inoltre dimenticare coloro che patiscono a causa del nome di Cristo e che muoiono per Lui. Maria ci insegna a pregare, a fare della nostra preghiera un atto d’amore per Dio e di carità fraterna. Pregando con Maria, il nostro cuore accoglie coloro che soffrono. Come potrebbe la nostra vita non esserne, di conseguenza, trasformata? Perché il nostro essere e la nostra vita tutta intera non dovrebbero diventare luoghi di ospitalità per il nostro prossimo? Lourdes è un luogo di luce, perché è un luogo di comunione, di speranza e di conversione.
Ora che cala la notte Gesù ci dice: “Conservate le vostre lampade accese” (cfr Lc 12,35): la lampada della fede, la lampada della preghiera, la lampada della speranza e dell’amore! Questo camminare nella notte, portando la luce, parla con forza al nostro intimo, tocca il nostro cuore e dice molto di più che ogni altra parola pronunciata o intesa. Questo gesto riassume da solo la nostra condizione di cristiani in cammino: abbiamo bisogno di luce e, allo stesso tempo, siamo chiamati a divenire luce. Il peccato ci rende ciechi, ci impedisce di proporci come guide per i nostri fratelli, e ci spinge a diffidare di loro e a non lasciarci guidare. Abbiamo bisogno di essere illuminati e ripetiamo la supplica del cieco Bartimeo: “Maestro, fa’ che io veda!” (Mc 10,51). Fa’ che io veda il mio peccato che mi intralcia, ma soprattutto: Signore, fa’ che io veda la tua gloria! Lo sappiamo: la nostra preghiera è già stata esaudita e noi rendiamo grazie perché, come dice san Paolo nella Lettera
agli Efesini: “Cristo ti illuminerà” (5,14), e san Pietro aggiunge: “Egli vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2,9). A noi che non siamo la luce, Cristo può ormai dire: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), affidandoci la cura di fare risplendere la luce della carità. Come scrive l’apostolo san Giovanni: “Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo” (1 Gv 2,10). Vivere l’amore cristiano è fare entrare la luce di Dio nel mondo e, insieme, indicarne la vera sorgente. San Leone Magno scrive: “Chiunque, in effetti, vive piamente e castamente nella Chiesa, chi pensa alle cose di lassù, non a quelle della terra (cfr Col 3,2), è in certo modo simile alla luce celeste; mentre realizza egli stesso lo splendore di una vita santa, indica a molti, come una stella, la via che conduce a Dio” (Serm. III, 5).
In questo santuario di Lourdes, verso il quale i cristiani del mondo intero rivolgono lo sguardo da quando la Vergine Maria vi ha fatto brillare la speranza e l’amore, donando ai malati, ai poveri e ai piccoli il primo posto, siamo invitati a scoprire la semplicità della nostra vocazione: in realtà, basta amare. Domani la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce ci farà precisamente entrare nel cuore di questo mistero. In questa veglia, il nostro sguardo già si volge verso il segno della nuova Alleanza verso cui tutta la vita di Gesù converge. La Croce costituisce il supremo e perfetto atto d’amore di Gesù, che dona la vita per i suoi amici. “Così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Annunciata nei Canti del Servo di Dio, la morte di Gesù è una morte che diviene luce per i popoli; è una morte che, in collegamento con la liturgia di espiazione, porta la riconciliazione, una morte che segna la fine della morte. Da allora la Croce è segno di speranza, vessillo della vittoria di Gesù, perché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”(Gv 3,16). Attraverso la Croce tutta la nostra vita riceve luce, forza e speranza. Con essa è rivelata tutta la profondità dell’amore contenuto nel disegno originario del Creatore; con essa, tutto è sanato e portato al suo compimento. E’ per questo che la vita nella fede in Cristo morto e risorto diviene luce.
Le apparizioni erano circonfuse di luce e Dio ha voluto accendere nello sguardo di Bernadette una fiamma che ha convertito innumerevoli cuori. Quante persone vengono qui per vedere, sperando forse segretamente di ricevere qualche miracolo; poi, sulla via del ritorno, avendo fatto un’esperienza spirituale di vita autenticamente ecclesiale, cambiano il loro sguardo su Dio, sugli altri e su se medesime. Una piccola fiamma chiamata speranza, compassione, tenerezza le abita.
L’incontro discreto con Bernadette e con la Vergine Maria può cambiare una vita, perché esse sono presenti, in questo luogo di Massabielle, per condurci a Cristo, il quale è la nostra vita, la nostra forza, la nostra luce. Che la Vergine Maria e santa Bernadette vi aiutino a vivere da figli della luce per testimoniare, ogni giorno della vostra vita, che Cristo è la nostra luce, la nostra speranza, la nostra vita!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
mercoledì 3 settembre 2008
L'incontro con Vicky al Meeting di Rimini
Grandi e interessanti incontri. Tra gli altri ho ascoltato i ministri Alfano, Sacconi e Frattini.
Ma la protagonista del Meeting è stata Vicky e su questo articolo di Piero Vietti, pubblicato sul Foglio c'è tutta la sua storia. Tra l'altro ho visitato la mostra sulle carceri, altro pezzo forte del Meeting 2008, proprio coontemporaneamente a Vicky, e qui ci sono le mie foto.
Pubblico anche la testimonianza di un carcerato letta davanti all'ampia platea del Meeting.
Il segreto del Meeting di Rimini è che Vicky c’è, ha l’Hiv ed è bellissima
Rimini. Mentre in Auditorium si presenta il libro di Luigi Giussani “Uomini senza Patria”, si
chiude il Meeting intitolato “O protagonisti o nessuno”. Vivendolo e parlando con chi racconta il suo lavoro in questi giorni, emerge come il Meeting sia innanzitutto luogo di educazione di un popolo. Giussani diceva che l’educazione è introduzione alla realtà totale: venerdì quasi mille persone hanno affollato un salone per sentire una serenata di Dvorák spiegata da un professore, mentre nella sala accanto altrettanti sentivano discutere di regole del mercato. Poco prima un professore anglicano aveva presentato un libro del cattolico Chesterton sull’eugenetica e un’ora dopo un gruppo di musicisti di Napoli avrebbe spiegato l’influenza della canzone napoletana su Mozart. Nel frattempo ogni dieci minuti partivano visite guidate per spiegare a centinaia di persone le conquiste dei portoghesi nel 1500, le opere di Guareschi o la Primavera di Praga. Impressiona la quantità di realtà e di fatti su cui si tenta di dare un giudizio con mostre e incontri. E come sia un luogo di incontro vero tra persone da tutto il mondo. Forse mai come quest’anno non è stata la politica a farla da padrona. Incontri e storie come quella di don Aldo Trento (pubblicata ieri dal Foglio) hanno riempito i saloni. Martedì pomeriggio ha parlato Vicky Aryenyo, donna dell’Uganda sulla cui storia Emmanuel Exitu ha girato un film premiato da Spike Lee a Cannes: “Greater”.
Vicky viveva a Kampala con il marito e due figli. Durante la terza gravidanza suo marito le chiede di abortire e minaccia di lasciarla se terminerà la gestazione. Vicky non capisce, pensa a uno scherzo. Il terzo figlio nasce e il marito la abbandona. Lei lavora in un ospedale e prova ad andare avanti da sola. A quattro anni, nel 1996, il figlio più piccolo si ammala di tubercolosi. I medici pensano sia un problema di alimentazione e lo rimandano a casa. Poi Vicky è colpita da una forma grave di erpes, ma i medici minimizzano: tutti l’hanno avuto. Nel giro di un anno è sempre più stanca, sta male, smette di lavorare e un giorno, a casa, cade a terra. Si sveglia in ospedale, i medici le fanno il test dell’Hiv: è positiva. “Perché io? – si chiede nel letto circondato da malati che muoiono uno dopo l’altro – Sono sempre stata fedele a mio marito”. C
apisce allora che il marito le chiedeva di abortire perché sapeva della malattia. Quando Vicky esce dall’ospedale il figlio peggiora: anche lui è positivo all’Hiv. Tra il 1998 e il 2001 è come se vivesse in un altro mondo pur restando in questo.
Gli amici e i parenti li abbandonano, i figli più grandi lasciano la scuola per portare soldi a casa. Nel 2001 alcuni volontari dell’International Meeting Point vanno a casa sua, dicono che possono aiutarla. Vicky non ci crede: “Perché se i miei amici non mi aiutano più dovrebbe farlo della gente che non conosco?”. Anche il terzo figlio lascia la scuola: la maestra e i compagni lo chiamano “scheletro”. L’unica reazione di Vicky è il pianto, il cuscino che assorbe le sue lacrime. Tornano quelli del Meeting Point, tra loro c’è Rose Busingye, un’infermiera che lavora lì. Dal naso e dalla bocca di Vicky esce pus in continuazione, i piedi sono piagati, il suo corpo vivo ma quasi in putrefazione. Rose le si siede accanto. Vicky si vergogna del suo odore, si sposta. Rose le si risiede accanto. E così altre tre, quattro volte. Rose le dice: “Se non vuoi venire tu al Meeting Point lascia che ci venga tuo figlio: ha una vita che può ancora vivere”. Vicky rifiuta, ma la frase le rimane in testa. Un giorno va al Meeting Point. Quando entra vede molti malati come lei. Stanno ballando. Di sicuro ha sbagliato posto, si dice, non è possibile che un malato possa ballare e sorridere, essere felice. Torna a casa. Dopo un po’ suo figlio comincia le cure al Meeting Point, lei ogni tanto ci va, ma resta in disparte.
Un giorno Rose la invita nel suo ufficio. “Vicky – le dice, guardandola negli occhi – tu hai un valore, e questo valore è più grande del valore della tua malattia. Ce la puoi fare, hai solo bisogno di ritrovare la speranza. Devi vivere per vedere i tuoi figli crescere”. Poi silenzio. Rose la guarda. Più tardi, a casa, Vicky ha ancora quegli occhi addosso, in testa, nel cuore. Continua a sentire quelle frasi. Da quando ha scoperto la malattia sono le prime parole di speranza che sente. Nessuno l’aveva mai trattata così. Comincia ad andare al Meeting Point, inizia la terapia. Rose non le ripeterà mai più quelle parole, ma è come se lo facesse in continuazione, con quello sguardo. Vicky capisce che anche lei può vivere, non importa in quale condizione. “Se Rose mi guarda in questo modo – si chiede – come sarà il volto di Dio?”. Ma capisce che Dio la guarda attraverso il volto di Rose, che “il volto di Dio era sul volto di Rose. E’ Cristo che è venuto da me”. La terapia prosegue, i tre figli tornano a scuola. Lei e il piccolo stanno sempre meglio. Perché hanno fatto un grande incontro su cui possono appoggiarsi, dice. “Lasciamo stare Lazzaro che è resuscitato tanti anni fa. Se non avete mai visto un miracolo, sono io, eccomi qua. Perché ero morta”.
Oggi Vicky è una donna bellissima, “libera”, dice di sé: “Quando moriremo, io e mio figlio moriremo come tutti, non schiavi del virus”. Ha perdonato suo marito e ha imparato a dire “sì” a quello che succede, a portare il peso della malattia che sa che non porta da sola: “Cl è una cosa viva, non un’associazione, e don Carron (il responsabile di Cl, ndr) è padre della mia speranza”. Il giorno dopo il suo incontro al Meeting è andata a visitare la mostra sul carcere, dove alcuni detenuti incontrano i visitatori e offrono panettoni cucinati da loro. Vicky, abbracciandoli uno a uno, ha detto loro che anche la sua malattia è una condanna, una prigione, ma che lei è libera. Come dicono quei detenuti. Che già oggi saranno a Padova, nel carcere di massima sicurezza in cui scontano la loro pena. Dove, dice uno di loro, “non vedo l’ora di tornare per raccontare a tutti quello che ho incontrato qui”. Perché “la conoscenza è sempre un avvenimento”, e non a caso sarà anche il titolo del Meeting 2009.
Rimini. Mentre in Auditorium si presenta il libro di Luigi Giussani “Uomini senza Patria”, si
Vicky viveva a Kampala con il marito e due figli. Durante la terza gravidanza suo marito le chiede di abortire e minaccia di lasciarla se terminerà la gestazione. Vicky non capisce, pensa a uno scherzo. Il terzo figlio nasce e il marito la abbandona. Lei lavora in un ospedale e prova ad andare avanti da sola. A quattro anni, nel 1996, il figlio più piccolo si ammala di tubercolosi. I medici pensano sia un problema di alimentazione e lo rimandano a casa. Poi Vicky è colpita da una forma grave di erpes, ma i medici minimizzano: tutti l’hanno avuto. Nel giro di un anno è sempre più stanca, sta male, smette di lavorare e un giorno, a casa, cade a terra. Si sveglia in ospedale, i medici le fanno il test dell’Hiv: è positiva. “Perché io? – si chiede nel letto circondato da malati che muoiono uno dopo l’altro – Sono sempre stata fedele a mio marito”. C
Gli amici e i parenti li abbandonano, i figli più grandi lasciano la scuola per portare soldi a casa. Nel 2001 alcuni volontari dell’International Meeting Point vanno a casa sua, dicono che possono aiutarla. Vicky non ci crede: “Perché se i miei amici non mi aiutano più dovrebbe farlo della gente che non conosco?”. Anche il terzo figlio lascia la scuola: la maestra e i compagni lo chiamano “scheletro”. L’unica reazione di Vicky è il pianto, il cuscino che assorbe le sue lacrime. Tornano quelli del Meeting Point, tra loro c’è Rose Busingye, un’infermiera che lavora lì. Dal naso e dalla bocca di Vicky esce pus in continuazione, i piedi sono piagati, il suo corpo vivo ma quasi in putrefazione. Rose le si siede accanto. Vicky si vergogna del suo odore, si sposta. Rose le si risiede accanto. E così altre tre, quattro volte. Rose le dice: “Se non vuoi venire tu al Meeting Point lascia che ci venga tuo figlio: ha una vita che può ancora vivere”. Vicky rifiuta, ma la frase le rimane in testa. Un giorno va al Meeting Point. Quando entra vede molti malati come lei. Stanno ballando. Di sicuro ha sbagliato posto, si dice, non è possibile che un malato possa ballare e sorridere, essere felice. Torna a casa. Dopo un po’ suo figlio comincia le cure al Meeting Point, lei ogni tanto ci va, ma resta in disparte.
Un giorno Rose la invita nel suo ufficio. “Vicky – le dice, guardandola negli occhi – tu hai un valore, e questo valore è più grande del valore della tua malattia. Ce la puoi fare, hai solo bisogno di ritrovare la speranza. Devi vivere per vedere i tuoi figli crescere”. Poi silenzio. Rose la guarda. Più tardi, a casa, Vicky ha ancora quegli occhi addosso, in testa, nel cuore. Continua a sentire quelle frasi. Da quando ha scoperto la malattia sono le prime parole di speranza che sente. Nessuno l’aveva mai trattata così. Comincia ad andare al Meeting Point, inizia la terapia. Rose non le ripeterà mai più quelle parole, ma è come se lo facesse in continuazione, con quello sguardo. Vicky capisce che anche lei può vivere, non importa in quale condizione. “Se Rose mi guarda in questo modo – si chiede – come sarà il volto di Dio?”. Ma capisce che Dio la guarda attraverso il volto di Rose, che “il volto di Dio era sul volto di Rose. E’ Cristo che è venuto da me”. La terapia prosegue, i tre figli tornano a scuola. Lei e il piccolo stanno sempre meglio. Perché hanno fatto un grande incontro su cui possono appoggiarsi, dice. “Lasciamo stare Lazzaro che è resuscitato tanti anni fa. Se non avete mai visto un miracolo, sono io, eccomi qua. Perché ero morta”.
Oggi Vicky è una donna bellissima, “libera”, dice di sé: “Quando moriremo, io e mio figlio moriremo come tutti, non schiavi del virus”. Ha perdonato suo marito e ha imparato a dire “sì” a quello che succede, a portare il peso della malattia che sa che non porta da sola: “Cl è una cosa viva, non un’associazione, e don Carron (il responsabile di Cl, ndr) è padre della mia speranza”. Il giorno dopo il suo incontro al Meeting è andata a visitare la mostra sul carcere, dove alcuni detenuti incontrano i visitatori e offrono panettoni cucinati da loro. Vicky, abbracciandoli uno a uno, ha detto loro che anche la sua malattia è una condanna, una prigione, ma che lei è libera. Come dicono quei detenuti. Che già oggi saranno a Padova, nel carcere di massima sicurezza in cui scontano la loro pena. Dove, dice uno di loro, “non vedo l’ora di tornare per raccontare a tutti quello che ho incontrato qui”. Perché “la conoscenza è sempre un avvenimento”, e non a caso sarà anche il titolo del Meeting 2009.
Piero Vietti
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