Dopo le proteste, annullata la visita del Papa a "La Sapienza" di Roma
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 15 gennaio 2008 (ZENIT.org
Benedetto XVI non si recherà più all'Università “La Sapienza” di Roma, giovedì prossimo, 17 gennaio. Visita annullata, quindi, in seguito all'occupazione del Rettorato e alle altre proteste, verificatesi nei giorni scorsi giorni, da parte di studenti e di alcuni professori dell'Ateneo.
Un nota diffusa dalla Sala Stampa vaticana spiega che “si è ritenuto opportuno soprassedere all’evento”, che si sarebbe svolto “su invito del Rettore Magnifico”.
“Il Santo Padre – si legge – invierà, tuttavia, il previsto intervento”.
Il professor Renato Guarini, Rettore dell'Università “La Sapienza”, aveva detto di aspettarsi dalla visita del Papa teologo “un momento di alta cultura” e di “confronto di idee” di cui avrebbe beneficiato tutta la comunità universitaria.
Di fronte alle proteste di professori e studenti contro la visita di Benedetto XVI all'Università “La Sapienza” di Roma, nelle quali il Papa è stato presentato come nemico di Galileo, un matematico di origine ebraica ha ricordato che Joseph Ratzinger, in quell'Università, ha pronunciato una conferenza in sua difesa nel 1990.
Il sostegno al Pontefice arriva da Giorgio Israel, professore ordinario di Matematiche complementari a “La Sapienza”, con un articolo apparso sulla prima pagina de “L’Osservatore Romano” e scritto prima che la Santa Sede annunciasse l'intenzione di rimandare la visita papale. Il matematico ha ricordato un discorso pronunciato dal Cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 15 febbraio 1990, in cui spiegava il mutato atteggiamento della Chiesa nel suo rapporto con la scienza, e in particolare di fronte al caso Galileo.
“La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità”, diceva il Cardinale.
Israel ha quindi denunciato la contraddizione di quanti si sono opposti alla visita del Papa, teoricamente in difesa del valore della presunta laicità della scienza, negando il diritto alla parola.
“È sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire - 'mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso' - si oppongano a che il Papa tenga un discorso all'università di Roma 'La Sapienza'”, ha osservato.“È tanto più sorprendente in quanto le università italiane sono ormai un luogo aperto ad ogni tipo di intervento ed è inspiegabile che al Papa soltanto sia riservato un divieto d'ingresso”, ha aggiunto. L'opposizione alla visita del Papa, ha commentato, non è “motivata da un principio astratto e tradizionale di laicità”, ma è “di carattere ideologico e ha come bersaglio specifico Benedetto XVI in quanto si permette di parlare di scienza e dei rapporti tra scienza e fede, anziché limitarsi a parlare di fede”.
Per Israel, il discorso ratzingeriano del 1990 “può ben essere considerato, per chi lo legga con un minimo di attenzione, come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna”.
Chi conosce “un minimo i recenti interventi del Papa sull'argomento”, ha sottolineato, “sa bene come egli consideri con 'ammirazione' la celebre affermazione di Galileo che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico”.
“Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio?”, si è chiesto il matematico, affermando poi che “un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l'aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento”.
“Temo che qui il rigore intellettuale interessi poco e che l'intenzione sia quella di menar fendenti ad ogni costo”, ha concluso.
mercoledì 16 gennaio 2008
venerdì 11 gennaio 2008
un deludente Venerdì

Ieri un messaggio di "google alert", a cui chiedo di avvisarmi se su internet compare qualche cosa che riguarda Lourdes, mi avvisa che sul sito di repubblica se ne parla.
Mi affretto a linkare e scopro che il giorno successivo (oggi venerdì) sarebbe uscito il Venerdì di Repubblica con in prima pagina la Vergine di Lourdes ed evidentement con dei servizi. C'è anche un'anticipazione di testo e l'immagine della bellissima copertina.
Mi affretto così a mandare una mail agli amici legati all'Oftal, avvisandoli di questa novità.
Oggi, un deludente venerdì, mi pento di tutto ciò che ho fatto ieri e chiedo scusa a chi non si è ritrovato nel messaggio del giornale.
L'articolo è scontato e deludente. Poi è scritto da una giornalista che non ci mette passione e che evidentemente "non crede". I titolisti e il direttore non l'aiutano ed evidenziano che a Lourdes ci sarnno sì 6 milioni di visitatori all'anno ma per la chiesa i miracoli sono solo 67. Una frase come questa "buttata lì" inganna, se non ci si sofferma sui mille e mille miracoli e grazie che sono ottenuti. A partire dalla tranquillità dell'anima.
La giornalista poi scrive che si va a Lourdes per chiedere e non le viene in mente che qualcuno può anche andare per ringraziare...
Far accompagnare a Lourdes i lettori del venerdì da questa giornalista (Antonella Barina) è come chiedere a una velina di parlare di cultura. Dante si è fatto accompagnare da Virgilio nell'impervio inferno...
Affidare a chi non crede di parlare di Lourdes è denigrare il messaggio di Maria.
E mettere la candida copertina che è stata pensata trae in inganno il povero acquirente che abituato ad acquistare un altro giornale si fa attrarre da quella bella copertina. Forse sarebbe stato più corretto (visto che nell'articolo ci si sofferma di più su queste cose) mettere l'immagine di uno dei negozi di Lourdes con "tutto ciò che la fantasia umana può concepire a forma di Madonna e in suo onore". Forse avremmo capito prima che aria tirava e sarebbe stato meno falso.
Ah il titolo di copertina è "il miracolo di Lourdes". Intanto l'apparizione è messa in dubbio (tutt'oogi il mondo si divide tra chi crede e chi non crede nel miracolo). E al lettore viene poi scritto che c'è chi dice che il vero miracolo di Lourdes è fare il bagno nell'acqua gelida delle piscine e non ammalarsi...
E oltre tutto a fianco di questo articolo un corsivo di un antropologo (tale Marino Niola) che in un articolo alquanto "improbabile" (titolo : il sacro e le sue location) riesce a scrivere "Prima del tempio, prima della chiesa c'è la grotta. Dove il sacro viene alla luce. Proprio per questo in molte culture le cavità rocciose hanno un segno femminile, come se fossero un utero oscuro della terra". Si avete letto bene dice proprio così. Allucinante!
mercoledì 5 dicembre 2007
IN DIFESA DELLA VITA
firma qui http://www.liberidivivere.it/appello.php
“LIBERI DI VIVERE”
Appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
La malattia, la sofferenza e la morte sono inevitabilmente parte della vita di ogni essere umano. Poiché nessuna condizione di salute toglie dignità alla vita umana, in una società davvero libera, solidale e democratica, malattia e sofferenza non possono e non devono diventare motivo di solitudine, abbandono, emarginazione e discriminazione sociale del malato e della sua famiglia, come è indicato negli articoli 3 e 32 della nostra Costituzione e in molte altre Dichiarazioni e Convenzioni internazionali, ultima delle quali la Convenzione dei diritti delle persone con disabilità, promulgata dall’assemblea generale dell’ONU il 13 dicembre 2006 e firmata dall’Italia il 30 marzo 2007.Pur nei limiti imposti dalla loro condizione, i malati e loro famiglie vogliono poter continuare la loro vita con dignità e in libertà. Essi non sono un peso per la società, ma sono per tutti un esempio di coraggio e di capacità di vivere, che le istituzioni a ogni livello, nazionale e locale, devono sostenere e promuovere. Per questo motivo, chiediamo al Presidente della Repubblica di esercitare l’autorevolezza che gli deriva dall’essere il Capo dello Stato e il garante di tutti i cittadini affinché le istituzioni tutte, a ogni livello:
1. Pratichino un riconoscimento concreto, tramite investimenti di tipo economico e di promozione culturale, della dignità dell'esistenza di ogni malato, con particolare attenzione ai malati di sclerosi laterale amiotrofica.
2. Intervengano con adeguate misure legislative e regolamentative per dare ogni cura e sostegno adeguato per combattere il dolore e garantire che ognuno possa ricevere ogni cura sostegno adeguati.
3. Sostengano le associazioni di malati e più in generale le organizzazioni che si impegnano nello stare accanto ai malati e alle loro famiglie. In questi ultimi anni il dibattito pubblico e la richiesta alle istituzioni si è incentrata sulla richiesta della libertà di poter morire. Ciò che noi chiediamo alle istituzioni è che i malati e le loro famiglie siano finalmente messi nelle condizioni di essere liberi di vivere.
Avvenire, 5.12.2007
Prima di disquisire in astratto su un presunto «diritto a morire», ci sono «cento passi da fare» e almeno diecimila firme da mettere all’appello che i malati di sclerosi laterale amiotrofica rivolgono al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale saranno consegnate dopo il termine della raccolta, fissato per l’11 febbraio, giornata del malato. Le adesioni stanno già arrivando. Il sito
www.liberidivivere.it , aperto l’altroieri, senza aver usufruito di nessun battage pubblicitario, ne contiene già centinaia, cosa che fa ben sperare nel raggiungimento e nel superamento di quota diecimila. I «cento passi» li ha evocati ieri a Roma, in un incontro per presentare l’iniziativa, il giornalista del «Resto del Carlino» Massimo Pandolfi, parlando di tutto ciò che le istituzioni possono fare per migliorare dal punto di vista della burocrazia, dei servizi sanitari, e delle tecnologie (si pensi al sintetizzatore vocale) la vita di chi è affetto da questa patologia, Ma ad attivarsi non devono essere solo i politici, queste persone non vanno lasciate sole. E un ruolo ce l’hanno anche i mass media. «Sembra quasi che ci sia una corsa all’eutanasia.
Girando l’Italia, ho scoperto una realtà completamente diversa». Pandolfi ha scritto un libroreportage ( L’inguaribile voglia di vivere, edizioni Ares), in cui ha ascoltato nove persone affette da Sla. Una di queste è Mario Melazzini (nella foto), che è tra i promotori della sottoscrizione. Ieri ha ricordato come, ai tempi della lettera di Welby a Napolitano e anche prima, fossero state fatte passare sotto silenzio dalla stampa manifestazioni verso il mondo politico da parte dei malati di Sla – riuniti nell’associazione da lui presieduta l’Aisla – che chiedevano assistenza, non morte. Uno di loro aveva pure scritto al Colle, ricevendo una risposta privata. «Mi sono sentito obbligato come cittadino, uomo e medico a stimolare maggiormente le istituzioni affinché ci diano risposte concrete. Spero che Napolitano ci possa rispondere», ha detto il medico ridotto dalla malattia su una sedia a rotelle, ma che non ha perso la sua vitalità. Dice che la terribile patologia di cui è affetto «è inguaribile, perciò curabile», cioè necessita di vicinanza umana e di cure palliative. Rifiuta un «concetto di qualità della vita ispirato all’utilitarismo». Usa la cruda metafora della «persona umana vista come una patente a punti», che scalano con le disabilità. Infine, non ci sta alla logica del caso pietoso e parla di «strumentalizzazione di casi paradigmatici» per spingere «un bisogno che non c’è», quello di morte, che «non è un diritto, ma un fatto». Melazzini, intervistato da Marco Piazza di Telehon, anche lui presente ieri, è il protagonista di un altro libro Un medico, un malato, un uomo (Lindau), in cui racconta con la consueta lucidità se stesso, «come uomo prima ancora che come malato. Spero che mi leggano i sani. E anche qualche politico». Chiamati in causa ieri, non hanno potuto partecipare – bloccati in Senato dalla conversione in legge del decreto sulla sicurezza – né il presidente della Commissione Igiene e Sanità di Palazzo Madama Ignazio Marino, né il ministro della Salute Livia Turco. A quest’ultima ha accennato Melazzini: «È una persona molto attenta, qualcosa lo sta facendo, ma potrebbe fare di più». C’erano invece Antonio Palmieri, un altro dei promotori della sottoscrizione, Elisabetta Gardini e Domenico di Virgilio, tutti e tre di Forza Italia. «La manifestazione di oggi è monopartisan – ha spiegato Palmieri –, ma me ne farò promotore tra tutti i colleghi parlamentari. L’iniziativa è a carattere popolare. L’obiettivo è quello di coinvolgere tutti i cittadini, a ogni livello, a partire dal Capo dello Stato». Questi sono temi che «dovrebbero suscitare una discussione senza barriere o pregiudizi», al di là delle logiche di appartenenza e schieramento, aveva esordito il moderatore dell’incontro, il direttore del Tg2 Mauro Mazza.
Partita raccolta di firme online, che punta a superare 10mila adesioni da presentare al capo dello Stato.
GIANNI SANTAMARIA
“LIBERI DI VIVERE”
Appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
La malattia, la sofferenza e la morte sono inevitabilmente parte della vita di ogni essere umano. Poiché nessuna condizione di salute toglie dignità alla vita umana, in una società davvero libera, solidale e democratica, malattia e sofferenza non possono e non devono diventare motivo di solitudine, abbandono, emarginazione e discriminazione sociale del malato e della sua famiglia, come è indicato negli articoli 3 e 32 della nostra Costituzione e in molte altre Dichiarazioni e Convenzioni internazionali, ultima delle quali la Convenzione dei diritti delle persone con disabilità, promulgata dall’assemblea generale dell’ONU il 13 dicembre 2006 e firmata dall’Italia il 30 marzo 2007.Pur nei limiti imposti dalla loro condizione, i malati e loro famiglie vogliono poter continuare la loro vita con dignità e in libertà. Essi non sono un peso per la società, ma sono per tutti un esempio di coraggio e di capacità di vivere, che le istituzioni a ogni livello, nazionale e locale, devono sostenere e promuovere. Per questo motivo, chiediamo al Presidente della Repubblica di esercitare l’autorevolezza che gli deriva dall’essere il Capo dello Stato e il garante di tutti i cittadini affinché le istituzioni tutte, a ogni livello:
1. Pratichino un riconoscimento concreto, tramite investimenti di tipo economico e di promozione culturale, della dignità dell'esistenza di ogni malato, con particolare attenzione ai malati di sclerosi laterale amiotrofica.
2. Intervengano con adeguate misure legislative e regolamentative per dare ogni cura e sostegno adeguato per combattere il dolore e garantire che ognuno possa ricevere ogni cura sostegno adeguati.
3. Sostengano le associazioni di malati e più in generale le organizzazioni che si impegnano nello stare accanto ai malati e alle loro famiglie. In questi ultimi anni il dibattito pubblico e la richiesta alle istituzioni si è incentrata sulla richiesta della libertà di poter morire. Ciò che noi chiediamo alle istituzioni è che i malati e le loro famiglie siano finalmente messi nelle condizioni di essere liberi di vivere.
Prima di disquisire in astratto su un presunto «diritto a morire», ci sono «cento passi da fare» e almeno diecimila firme da mettere all’appello che i malati di sclerosi laterale amiotrofica rivolgono al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale saranno consegnate dopo il termine della raccolta, fissato per l’11 febbraio, giornata del malato. Le adesioni stanno già arrivando. Il sito
www.liberidivivere.it , aperto l’altroieri, senza aver usufruito di nessun battage pubblicitario, ne contiene già centinaia, cosa che fa ben sperare nel raggiungimento e nel superamento di quota diecimila. I «cento passi» li ha evocati ieri a Roma, in un incontro per presentare l’iniziativa, il giornalista del «Resto del Carlino» Massimo Pandolfi, parlando di tutto ciò che le istituzioni possono fare per migliorare dal punto di vista della burocrazia, dei servizi sanitari, e delle tecnologie (si pensi al sintetizzatore vocale) la vita di chi è affetto da questa patologia, Ma ad attivarsi non devono essere solo i politici, queste persone non vanno lasciate sole. E un ruolo ce l’hanno anche i mass media. «Sembra quasi che ci sia una corsa all’eutanasia.
Girando l’Italia, ho scoperto una realtà completamente diversa». Pandolfi ha scritto un libroreportage ( L’inguaribile voglia di vivere, edizioni Ares), in cui ha ascoltato nove persone affette da Sla. Una di queste è Mario Melazzini (nella foto), che è tra i promotori della sottoscrizione. Ieri ha ricordato come, ai tempi della lettera di Welby a Napolitano e anche prima, fossero state fatte passare sotto silenzio dalla stampa manifestazioni verso il mondo politico da parte dei malati di Sla – riuniti nell’associazione da lui presieduta l’Aisla – che chiedevano assistenza, non morte. Uno di loro aveva pure scritto al Colle, ricevendo una risposta privata. «Mi sono sentito obbligato come cittadino, uomo e medico a stimolare maggiormente le istituzioni affinché ci diano risposte concrete. Spero che Napolitano ci possa rispondere», ha detto il medico ridotto dalla malattia su una sedia a rotelle, ma che non ha perso la sua vitalità. Dice che la terribile patologia di cui è affetto «è inguaribile, perciò curabile», cioè necessita di vicinanza umana e di cure palliative. Rifiuta un «concetto di qualità della vita ispirato all’utilitarismo». Usa la cruda metafora della «persona umana vista come una patente a punti», che scalano con le disabilità. Infine, non ci sta alla logica del caso pietoso e parla di «strumentalizzazione di casi paradigmatici» per spingere «un bisogno che non c’è», quello di morte, che «non è un diritto, ma un fatto». Melazzini, intervistato da Marco Piazza di Telehon, anche lui presente ieri, è il protagonista di un altro libro Un medico, un malato, un uomo (Lindau), in cui racconta con la consueta lucidità se stesso, «come uomo prima ancora che come malato. Spero che mi leggano i sani. E anche qualche politico». Chiamati in causa ieri, non hanno potuto partecipare – bloccati in Senato dalla conversione in legge del decreto sulla sicurezza – né il presidente della Commissione Igiene e Sanità di Palazzo Madama Ignazio Marino, né il ministro della Salute Livia Turco. A quest’ultima ha accennato Melazzini: «È una persona molto attenta, qualcosa lo sta facendo, ma potrebbe fare di più». C’erano invece Antonio Palmieri, un altro dei promotori della sottoscrizione, Elisabetta Gardini e Domenico di Virgilio, tutti e tre di Forza Italia. «La manifestazione di oggi è monopartisan – ha spiegato Palmieri –, ma me ne farò promotore tra tutti i colleghi parlamentari. L’iniziativa è a carattere popolare. L’obiettivo è quello di coinvolgere tutti i cittadini, a ogni livello, a partire dal Capo dello Stato». Questi sono temi che «dovrebbero suscitare una discussione senza barriere o pregiudizi», al di là delle logiche di appartenenza e schieramento, aveva esordito il moderatore dell’incontro, il direttore del Tg2 Mauro Mazza.
Partita raccolta di firme online, che punta a superare 10mila adesioni da presentare al capo dello Stato.
GIANNI SANTAMARIA
domenica 25 novembre 2007
Il mio personale ricordo di Mons.Zaccheo, uomo di Carità

Dobbiamo essere molto riconoscenti al Signore che ci ha donato per dodici anni la guida attenta di un buon Vescovo.
Monsignor Germano Zaccheo era un uomo di Carità.
E ce lo comunicò già il giorno del suo ingresso con un modo di fare semplice, privo di eccessiva forma. Al suo arrivo ad esempio, se ricordate, variò il protocollo facendo attendere le autorità soffermandosi prima a salutare gli ammalati.
Poi commentando la scelta del motto legato alla parabola di Zaccheo nell’omelia ricordo bene che si soffermò sul fatto che anche chi non aveva casa, perché era sofferente o ammalato, aveva diritto ad averne una, e in particolare, avevano necessità queste persone, della casa della carità, di accoglienza.
E mi stupì citando in quell’occasione Mons. Oreste Minazzi che lui non aveva mai conosciuto, pioniere della carità per la sua lungimiranza e attenzione agli ultimi nella realizzazione dell’Opera Diocesana di Assistenza.
Disse che con grande gioia era venuto a conoscenza della fioritura nella nostra diocesi di case che accolgono persone con handicap; persone anziane rimaste sole (e tra di essi vi è chi una casa non l’ha e magari non l’ha mai avuta) accolte in una casa comune. Lì trovano fraternità e speranza.
Si ripromise già in quella sede di essere “presenza vivificante in quelle case ove anche le persone che sono chiamate a soffrire possano soffrire con speranza”.
A distanza di anni posso dire che il nostro Vescovo non è stato solo una presenza, ma è stato anche lievito. Ci ha presentato la strada da percorrere. E’ stato padre, fratello e guida per le iniziative dell’Opera Diocesana Assistenza. E’ sempre stato al nostro fianco. Si è sempre attentamente fatto parte di ogni problema, donando a chi ha avuto la fortuna di essere al suo fianco anche la soddisfazione e il merito della buona soluzione di quei problemi. E poi come non ricordarlo affettuosamente a coccolarsi i “ragazzi” della casa del giovane e della casa famiglia.
Monsignor Germano Zaccheo era un uomo di Carità.
E ce lo comunicò già il giorno del suo ingresso con un modo di fare semplice, privo di eccessiva forma. Al suo arrivo ad esempio, se ricordate, variò il protocollo facendo attendere le autorità soffermandosi prima a salutare gli ammalati.
Poi commentando la scelta del motto legato alla parabola di Zaccheo nell’omelia ricordo bene che si soffermò sul fatto che anche chi non aveva casa, perché era sofferente o ammalato, aveva diritto ad averne una, e in particolare, avevano necessità queste persone, della casa della carità, di accoglienza.
E mi stupì citando in quell’occasione Mons. Oreste Minazzi che lui non aveva mai conosciuto, pioniere della carità per la sua lungimiranza e attenzione agli ultimi nella realizzazione dell’Opera Diocesana di Assistenza.
Disse che con grande gioia era venuto a conoscenza della fioritura nella nostra diocesi di case che accolgono persone con handicap; persone anziane rimaste sole (e tra di essi vi è chi una casa non l’ha e magari non l’ha mai avuta) accolte in una casa comune. Lì trovano fraternità e speranza.
Si ripromise già in quella sede di essere “presenza vivificante in quelle case ove anche le persone che sono chiamate a soffrire possano soffrire con speranza”.
A distanza di anni posso dire che il nostro Vescovo non è stato solo una presenza, ma è stato anche lievito. Ci ha presentato la strada da percorrere. E’ stato padre, fratello e guida per le iniziative dell’Opera Diocesana Assistenza. E’ sempre stato al nostro fianco. Si è sempre attentamente fatto parte di ogni problema, donando a chi ha avuto la fortuna di essere al suo fianco anche la soddisfazione e il merito della buona soluzione di quei problemi. E poi come non ricordarlo affettuosamente a coccolarsi i “ragazzi” della casa del giovane e della casa famiglia.
Ho collaborato con Mons. Zaccheo anche in altri ambiti, e come uomo di carità lo ricordo in molte attività diocesane legate alla Caritas: a fianco delle popolazioni alluvionate del 2000, testimone diocesano nella campagna della remissione del debito ai paesi poveri, o al fianco dei tanti obiettori di coscienza della Caritas. Lo ricordo ancora al cosiddetto “pranzo dei poveri” all’Istituto San Vincenzo prima e al Centro di Ascolto poi.
E ovviamente non posso non ricordarlo col portafoglio personale in mano a offrire un poco di denaro a chi gli chiedeva una mano.
Era l’uomo della speranza e svolgeva il suo compito anche con la carità più spiccia – da molti (me compreso) spesso sottovalutata - che quotidianamente donava a coloro che bussavano alla sua porta.
Rileggendo in questi giorni i suoi interventi relativi alla “Carità” pubblicati sulla Rivista Diocesana mi sono fatto l’idea che la sua definizione di Carità era quella affermata nella prima lettera di Giovanni: “ Dio è Amore”. Ovvero l’amore per Dio e per i fratelli.
E in questa prospettiva, ricordando che Gesù era venuto ad evangelizzare i poveri, dobbiamo riconoscere che Monsignor Zaccheo identificava Gesù Cristo nel “prossimo” che bussava alla sua porta.
Le situazioni di miseria, a cui oggi molti di noi, rischiano di non dare più ascolto, (per inciso nei telegiornali di eventi come il recente ciclone in Bangladesh che ha causato circa diecimila vittime e centinaia di migliaia d sfollati senzatetto, se ne è parlato per un solo giorno) non lo lasciavano indifferente e si può chiaramente dire che – mescolando due famose parabole - i tanti “Lazzaro” che ha conosciuto in lui hanno sempre incontrato non il fariseo ma il “buon samaritano” che si preoccupava di tutto.
Evolvendo questo concetto non si può poi non citare la sua missionarietà dimostrata dal Benin all’Argentina, dal Togo alla Slovacchia e la sua vicinanza al mondo del lavoro.
In particolare in questi ultimi anni, in cui l’aspetto economico per i molti lavoratori di aziende in difficoltà è diventato sempre più pesante da sopportare. E’ sempre stato vicino anche a loro impegnandosi anche in prima persona – da splendido comunicatore quale era - nella mediazione e nel far riconoscere i diritti dei più deboli. In chiusura un ricordo personalissimo: in lui ho sempre trovato fiducia e quando ho scelto di dire la mia, andando controcorrente, andando contro al “si fa così” o all’ “abbiamo sempre fatto così” in pochi ho trovato accoglienza e solidarietà. In lui sempre. Grazie ancora Eccellenza.
E ovviamente non posso non ricordarlo col portafoglio personale in mano a offrire un poco di denaro a chi gli chiedeva una mano.
Era l’uomo della speranza e svolgeva il suo compito anche con la carità più spiccia – da molti (me compreso) spesso sottovalutata - che quotidianamente donava a coloro che bussavano alla sua porta.
Rileggendo in questi giorni i suoi interventi relativi alla “Carità” pubblicati sulla Rivista Diocesana mi sono fatto l’idea che la sua definizione di Carità era quella affermata nella prima lettera di Giovanni: “ Dio è Amore”. Ovvero l’amore per Dio e per i fratelli.
E in questa prospettiva, ricordando che Gesù era venuto ad evangelizzare i poveri, dobbiamo riconoscere che Monsignor Zaccheo identificava Gesù Cristo nel “prossimo” che bussava alla sua porta.
Le situazioni di miseria, a cui oggi molti di noi, rischiano di non dare più ascolto, (per inciso nei telegiornali di eventi come il recente ciclone in Bangladesh che ha causato circa diecimila vittime e centinaia di migliaia d sfollati senzatetto, se ne è parlato per un solo giorno) non lo lasciavano indifferente e si può chiaramente dire che – mescolando due famose parabole - i tanti “Lazzaro” che ha conosciuto in lui hanno sempre incontrato non il fariseo ma il “buon samaritano” che si preoccupava di tutto.
Evolvendo questo concetto non si può poi non citare la sua missionarietà dimostrata dal Benin all’Argentina, dal Togo alla Slovacchia e la sua vicinanza al mondo del lavoro.
In particolare in questi ultimi anni, in cui l’aspetto economico per i molti lavoratori di aziende in difficoltà è diventato sempre più pesante da sopportare. E’ sempre stato vicino anche a loro impegnandosi anche in prima persona – da splendido comunicatore quale era - nella mediazione e nel far riconoscere i diritti dei più deboli. In chiusura un ricordo personalissimo: in lui ho sempre trovato fiducia e quando ho scelto di dire la mia, andando controcorrente, andando contro al “si fa così” o all’ “abbiamo sempre fatto così” in pochi ho trovato accoglienza e solidarietà. In lui sempre. Grazie ancora Eccellenza.
mercoledì 21 novembre 2007
Addio Mons. Zaccheo

Alla vigilia della "Presentazione della B.V. Maria" ieri sera al Santuario di Fatima è mancato il nostro amato Vescovo, Mons. Germano Zaccheo, causa infarto.Vi rimando a http://www.vitacasalese.it/ per avere le ulteriori informazioni e la data del funerale.
Tutte le sere sarà recitato il rosario in cattedrale alle 21, fino al giorno del funerale.
Una preghiera.
Monsignor Zaccheo, credeva ai "Segni".Lo ha sempre detto.E la sua morte è un "Segno".
E' infatti mancato il giorno in cui la liturgia quotidiana riprendeva il brano evangelico di Zaccheo e del siccomoro. E' morto a "casa di Maria", al Santuario di Fatima, con l'Oftal, proprio alla vigilia della Presentazione della Beata Vergine.
Per quel poco che so, la festa religiosa è importante non solo perchè in essa vien commemorato uno dei misteri della vita di Maria che Dio ha scelto come Madre del Suo Figlio e come Madre della Chiesa, ma soprattutto perchè ricorda anche la "presentazione al Padre Celeste di Cristo" e di tutti I cristiani.
E il nostro Vescovo, innamorato di Maria, si è presentato a Dio proprio in questa occasione. Alla vigilia anche di un "anno mariano" da lui indetto in occasione del 150^ della prima apparizione di Maria a Lourdes.Credo proprio che "la visita di Maria nelle nostre parrocchie" e il prossimo pellegrinaggio a Lourdes dell'estate 2008, "Segni" di questo anno pastorale, saranno anche (o soprattutto) la memoria del nostro caro Vescovo.
Alberto Busto
A questo indirizzo http://oftalcasale.blogspot.com/2007/11/ripartiamo.html trovate l'articolo per il numero di Oftalinforma in distribuzione, che Mons. Zaccheo ha scritto sull'anno mariano.
Anche qui un segno. Il titolo è "La visita di Maria"!
Anche qui un segno. Il titolo è "La visita di Maria"!
domenica 11 novembre 2007
Il "tragico errore" della A1

ANSA - Tensione dopo l'uccisione di Gabriele Sandri, il tifoso laziale colpito stamane da uno sparo esploso dall'arma di un poliziotto nell'area di servizio Badia del Pino sull'A1, ad Arezzo. Di 'tragico errore' ha parlato il questore Vincenzo Giacobbe."Il nostro agente era intervenuto per evitare che i tafferugli tra due esigui gruppi di persone che non erano stati individuati come tifosi degenerassero con gravi conseguenze per entrambi. Esprimo profondo dolore e sincere condoglianze alla famiglia della vittima".
AVVOCATO, COLPITO AL COLLO MENTRE ERA IN AUTO - Sarebbe stato colpito nella parte posteriore del collo, mentre si trovava in auto, Gabriele Sandri, 26 anni, il tifoso laziale morto stamani nell'area di servizio di Badia al Pino sull'A1. E' quanto ha riferito l'avvocato Luigi Conti, arrivato alla caserma della polizia stradale di Arezzo, e che si e' qualificato come un amico della famiglia della vittima. Sempre secondo quanto spiegato, il proiettile sarebbe entrato nella vettura, una Megane, infrangendo il lunotto posteriore sinistro. L'auto, dopo l'accaduto e' stata portata alla caserma della polizia stradale di Arezzo, con all'interno la salma. Il corpo di Sandri e' stato poi rimosso intorno alle 13.30.
Magari sarò smentito dalle notizie vere (finora solo chiacchiere), ma le prime notizie frammentarie non hanno fatto altro che creare confusione.
Il calcio c'entra poco in questa storia. Se c'è una rissa (potrebbe essere tra tifosi, tra massaie, tra stranieri, tra persone di religione diversa...) e cerca di intervenire a sedarla la polizia, dall'altra carreggiata (a radio24 poco fa hanno detto che chi litigava era nella piazzola direzione nord, la polizia nella piazzola direzione sud e leggo ra dall'ansa che la vittima era seduta in auto al momento dello sparo), sparando... secondo me il calcio, e tutte le parole che sentiremo nei prossimi giorni su questa storia, non c'azzeccano.
Certamente da oggi sarà impossibile garantire con la polizia la sicurezza negli stadi.
sabato 10 novembre 2007
La china fatale
C'è un articolo dei Avvenire di ieri che mi ha reso estremamnete triste.
E' tremendo pensare che le nostre radici possano essere accantonate per non "infastidire qualcuno".
Quel qualcuno penso anche che non penserebbe mai di chiedere ciò che qualcun'altro impone in nome della sensibilità altrui.
Tra l'altro musulmani ed altre religioni non usano altri calendari?
Leggete e valutate voi
SPERPERO DELLA NOSTRA IDENTITÀ
CHINA FATALE.
NESSUNO CI CHIEDE DI ABBRACCIARLA
da Avvenire del 9 novembre 2007
Dagli Stati Uniti viene la proposta di togliere dalla datazione l’acronimo d.C. (perché il riferimento a Cristo offenderebbe chi è musulmano, o di altra religione) e sostituirlo con e.c. (era comune).
In Gran Bretagna una scuola avrebbe indotto gli alunni e le loro famiglie a praticare per un giorno costumi musulmani: uso del chador per le ragazze, separazione tra ragazze e ragazzi, tra uomini e donne siano genitori o insegnanti. Però, alunni, docenti e genitori, erano per il 90 per cento di religione cristiana.
Questi gli ultimi segni di una china fatale che l’Occidente sta vivendo in tema di multiculturalità.
I precedenti più prossimi sono noti. In Italia, un alto tribunale ha perdonato due genitori per le percosse inflitte alla figliola Fatima perché la tradizione da cui provengono le giustificherebbe.
In Germania, un giudice ha diminuito drasticamente la pena a chi aveva commesso violenza carnale perché la sua tradizione sarda legittimerebbe in qualche modo la prevaricazione sulla donna. A differenza che in passato, né a Roma né a Berlino si è trovato un giudice vero, cioè equo e umano.Io credo si debba riflettere su un elemento importante.
Siamo di fronte ad una china fatale che nessuno ci chiede di percorrere, a una condanna che ci infliggiamo da soli, come presi da una bramosia di anonimato che oscura tante cose, persi in un orizzonte di autopunizione nel quale ci rinchiudiamo.
La nostra storia, le grandi svolte spirituali che ci hanno fatti come siamo, che hanno cambiato il mondo e il genere umano, tutto ciò può essere nascosto, messo nell’angolo, per ignavia o per paure inesistenti.
In questo modo, facciamo tutto il contrario di ciò che la multiculturalità potrebbe essere, cioè molteplicità e ricchezza, incontro di identità e confronto di valori.
Il messaggio di Gesù è grande e decisivo per i cristiani, ma è rispettato, ascoltato in tutto il mondo, come abbiamo potuto vedere negli incontri che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno avuto e hanno con i leader religiosi del pianeta.
A loro volta, i cristiani rispettano i valori e le esperienze spirituali di altre religioni come un patrimonio che può portar frutti e benefici.
Dall’incontro tra le religioni può iniziare un cammino di cui non conosciamo le tappe e gli esiti, ma che interessa l’umanità intera.
Ma nascondere, svilire, la storia e il ruolo di una religione o dell’altra, incontrarsi facendo finta che non abbiamo radici, tutto ciò non porta al dialogo interreligioso, porta a dialoghi finti, pone i presupposti di nuovi conflitti.Concepire il dialogo chiedendo a ragazze non musulmane di indossare il chador è avvilente, toglie autenticità al rapporto interpersonale, impedisce una vera conoscenza reciproca.
Così come legittimare pratiche violente con le tradizioni culturali vuol dire tornare indietro di secoli, fare del diritto uno strumento di legittimazione del più forte, anziché di affinamento del costume sociale.
La multiculturalità è stravolta, finisce con l’offendere quei principi religiosi che gli uomini avvertono e sentono nella propria coscienza.
Di fronte a tanti fatti preoccupanti, a scelte distorte che trasformano le nostre società in terreni di battaglia, è necessaria una presa di coscienza da parte di tutti.
Nell’incontro leale, che si realizza con la propria autenticità religiosa, si constata quante cose abbiamo in comune e si percorre una strada che stempera gli errori del passato.
Ma un incontro mimetizzato è inficiato dall’ipocrisia, dal nascondimento.
Celando i segni del cammino spirituale dell’umanità ci si adagia ad una visione piatta della persona, della sua storia, delle sue idealità, si aggiunge un piccolo tassello a una concezione nichilista che mortifica e umilia.
A questa concezione si può rispondere con un atto di fiducia nell’essere umano, e nella sua capacità di vivere con gli altri nel rispetto delle rispettive religioni e identità culturali.
Carlo Cardia
E' tremendo pensare che le nostre radici possano essere accantonate per non "infastidire qualcuno".
Quel qualcuno penso anche che non penserebbe mai di chiedere ciò che qualcun'altro impone in nome della sensibilità altrui.
Tra l'altro musulmani ed altre religioni non usano altri calendari?
Leggete e valutate voi
SPERPERO DELLA NOSTRA IDENTITÀ
CHINA FATALE.
NESSUNO CI CHIEDE DI ABBRACCIARLA
da Avvenire del 9 novembre 2007
Dagli Stati Uniti viene la proposta di togliere dalla datazione l’acronimo d.C. (perché il riferimento a Cristo offenderebbe chi è musulmano, o di altra religione) e sostituirlo con e.c. (era comune).
In Gran Bretagna una scuola avrebbe indotto gli alunni e le loro famiglie a praticare per un giorno costumi musulmani: uso del chador per le ragazze, separazione tra ragazze e ragazzi, tra uomini e donne siano genitori o insegnanti. Però, alunni, docenti e genitori, erano per il 90 per cento di religione cristiana.
Questi gli ultimi segni di una china fatale che l’Occidente sta vivendo in tema di multiculturalità.
I precedenti più prossimi sono noti. In Italia, un alto tribunale ha perdonato due genitori per le percosse inflitte alla figliola Fatima perché la tradizione da cui provengono le giustificherebbe.
In Germania, un giudice ha diminuito drasticamente la pena a chi aveva commesso violenza carnale perché la sua tradizione sarda legittimerebbe in qualche modo la prevaricazione sulla donna. A differenza che in passato, né a Roma né a Berlino si è trovato un giudice vero, cioè equo e umano.Io credo si debba riflettere su un elemento importante.
Siamo di fronte ad una china fatale che nessuno ci chiede di percorrere, a una condanna che ci infliggiamo da soli, come presi da una bramosia di anonimato che oscura tante cose, persi in un orizzonte di autopunizione nel quale ci rinchiudiamo.
La nostra storia, le grandi svolte spirituali che ci hanno fatti come siamo, che hanno cambiato il mondo e il genere umano, tutto ciò può essere nascosto, messo nell’angolo, per ignavia o per paure inesistenti.
In questo modo, facciamo tutto il contrario di ciò che la multiculturalità potrebbe essere, cioè molteplicità e ricchezza, incontro di identità e confronto di valori.
Il messaggio di Gesù è grande e decisivo per i cristiani, ma è rispettato, ascoltato in tutto il mondo, come abbiamo potuto vedere negli incontri che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno avuto e hanno con i leader religiosi del pianeta.
A loro volta, i cristiani rispettano i valori e le esperienze spirituali di altre religioni come un patrimonio che può portar frutti e benefici.
Dall’incontro tra le religioni può iniziare un cammino di cui non conosciamo le tappe e gli esiti, ma che interessa l’umanità intera.
Ma nascondere, svilire, la storia e il ruolo di una religione o dell’altra, incontrarsi facendo finta che non abbiamo radici, tutto ciò non porta al dialogo interreligioso, porta a dialoghi finti, pone i presupposti di nuovi conflitti.Concepire il dialogo chiedendo a ragazze non musulmane di indossare il chador è avvilente, toglie autenticità al rapporto interpersonale, impedisce una vera conoscenza reciproca.
Così come legittimare pratiche violente con le tradizioni culturali vuol dire tornare indietro di secoli, fare del diritto uno strumento di legittimazione del più forte, anziché di affinamento del costume sociale.
La multiculturalità è stravolta, finisce con l’offendere quei principi religiosi che gli uomini avvertono e sentono nella propria coscienza.
Di fronte a tanti fatti preoccupanti, a scelte distorte che trasformano le nostre società in terreni di battaglia, è necessaria una presa di coscienza da parte di tutti.
Nell’incontro leale, che si realizza con la propria autenticità religiosa, si constata quante cose abbiamo in comune e si percorre una strada che stempera gli errori del passato.
Ma un incontro mimetizzato è inficiato dall’ipocrisia, dal nascondimento.
Celando i segni del cammino spirituale dell’umanità ci si adagia ad una visione piatta della persona, della sua storia, delle sue idealità, si aggiunge un piccolo tassello a una concezione nichilista che mortifica e umilia.
A questa concezione si può rispondere con un atto di fiducia nell’essere umano, e nella sua capacità di vivere con gli altri nel rispetto delle rispettive religioni e identità culturali.
Carlo Cardia
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