C'è un articolo dei Avvenire di ieri che mi ha reso estremamnete triste.
E' tremendo pensare che le nostre radici possano essere accantonate per non "infastidire qualcuno".
Quel qualcuno penso anche che non penserebbe mai di chiedere ciò che qualcun'altro impone in nome della sensibilità altrui.
Tra l'altro musulmani ed altre religioni non usano altri calendari?
Leggete e valutate voi
SPERPERO DELLA NOSTRA IDENTITÀ
CHINA FATALE.
NESSUNO CI CHIEDE DI ABBRACCIARLA
da Avvenire del 9 novembre 2007
Dagli Stati Uniti viene la proposta di togliere dalla datazione l’acronimo d.C. (perché il riferimento a Cristo offenderebbe chi è musulmano, o di altra religione) e sostituirlo con e.c. (era comune).
In Gran Bretagna una scuola avrebbe indotto gli alunni e le loro famiglie a praticare per un giorno costumi musulmani: uso del chador per le ragazze, separazione tra ragazze e ragazzi, tra uomini e donne siano genitori o insegnanti. Però, alunni, docenti e genitori, erano per il 90 per cento di religione cristiana.
Questi gli ultimi segni di una china fatale che l’Occidente sta vivendo in tema di multiculturalità.
I precedenti più prossimi sono noti. In Italia, un alto tribunale ha perdonato due genitori per le percosse inflitte alla figliola Fatima perché la tradizione da cui provengono le giustificherebbe.
In Germania, un giudice ha diminuito drasticamente la pena a chi aveva commesso violenza carnale perché la sua tradizione sarda legittimerebbe in qualche modo la prevaricazione sulla donna. A differenza che in passato, né a Roma né a Berlino si è trovato un giudice vero, cioè equo e umano.Io credo si debba riflettere su un elemento importante.
Siamo di fronte ad una china fatale che nessuno ci chiede di percorrere, a una condanna che ci infliggiamo da soli, come presi da una bramosia di anonimato che oscura tante cose, persi in un orizzonte di autopunizione nel quale ci rinchiudiamo.
La nostra storia, le grandi svolte spirituali che ci hanno fatti come siamo, che hanno cambiato il mondo e il genere umano, tutto ciò può essere nascosto, messo nell’angolo, per ignavia o per paure inesistenti.
In questo modo, facciamo tutto il contrario di ciò che la multiculturalità potrebbe essere, cioè molteplicità e ricchezza, incontro di identità e confronto di valori.
Il messaggio di Gesù è grande e decisivo per i cristiani, ma è rispettato, ascoltato in tutto il mondo, come abbiamo potuto vedere negli incontri che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno avuto e hanno con i leader religiosi del pianeta.
A loro volta, i cristiani rispettano i valori e le esperienze spirituali di altre religioni come un patrimonio che può portar frutti e benefici.
Dall’incontro tra le religioni può iniziare un cammino di cui non conosciamo le tappe e gli esiti, ma che interessa l’umanità intera.
Ma nascondere, svilire, la storia e il ruolo di una religione o dell’altra, incontrarsi facendo finta che non abbiamo radici, tutto ciò non porta al dialogo interreligioso, porta a dialoghi finti, pone i presupposti di nuovi conflitti.Concepire il dialogo chiedendo a ragazze non musulmane di indossare il chador è avvilente, toglie autenticità al rapporto interpersonale, impedisce una vera conoscenza reciproca.
Così come legittimare pratiche violente con le tradizioni culturali vuol dire tornare indietro di secoli, fare del diritto uno strumento di legittimazione del più forte, anziché di affinamento del costume sociale.
La multiculturalità è stravolta, finisce con l’offendere quei principi religiosi che gli uomini avvertono e sentono nella propria coscienza.
Di fronte a tanti fatti preoccupanti, a scelte distorte che trasformano le nostre società in terreni di battaglia, è necessaria una presa di coscienza da parte di tutti.
Nell’incontro leale, che si realizza con la propria autenticità religiosa, si constata quante cose abbiamo in comune e si percorre una strada che stempera gli errori del passato.
Ma un incontro mimetizzato è inficiato dall’ipocrisia, dal nascondimento.
Celando i segni del cammino spirituale dell’umanità ci si adagia ad una visione piatta della persona, della sua storia, delle sue idealità, si aggiunge un piccolo tassello a una concezione nichilista che mortifica e umilia.
A questa concezione si può rispondere con un atto di fiducia nell’essere umano, e nella sua capacità di vivere con gli altri nel rispetto delle rispettive religioni e identità culturali.
Carlo Cardia
sabato 10 novembre 2007
lunedì 5 novembre 2007
Addio don Oreste

Un ricordo personale di circa diciotto anni fa. Partecipo al Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane a Collevalenza in rappresentanza della mia diocesi. Scelgo di alloggiare in camera doppia, ma non ho un compagno di stanza. L'organizzazione quando mi dà la camera mi dice che la condividerò nientepopodimeno che con don Oreste che era chiamato a fare una testimonianza.
Attendo con impazienza la giornata del suo intervento e alla fine di esso scopro quello che agli organizzatori era sembrata la cosa più ovvia. Non dormirà a Collevalenza e rientrerà subito al lavoro... nella sua Rimini. Che delusione per me. Che grande uomo lui!!!
LA PROFEZIA DI DON ORESTE UN MENDICANTE D’ANIME SUI VIALI DELLA RIVIERA ROMAGNOLA
MARINA CORRADI Avvenire, 3.11.2007
« Se chiama qualcuno dalla strada e vuole venirne via, dare subito il numero di cellulare di don Oreste». La scritta in caratteri grossi, neri, dietro la scrivania in una stanza di via Grotta Rossa a Rimini, era imperiosa. L’ordine della casa, cui nessuno poteva contravvenire. Nel caso di un barlume di ripensamento, magari nello sfinimento di un’alba livida su un viale di periferia, don Benzi – 58 anni di sacerdozio – sapeva che bisognava esserci, subito: prima che la rassegnazione seppellisse il principio di una sparuta speranza.Il vecchio prete morto nel suo letto, nel sonno, tra la notte dei Santi e quella dei Morti, aveva sotto la tonaca lisa qualcosa di una statura epica. A seguirlo nel fondo delle notti riminesi, nei giri in cui raccattava prostitute e drogati per convincerli a cambiare vita, si aveva inizialmente l’impressione di uno straordinario don Chisciotte. Le ragazze dei viali guardavano come un folle gentile quel prete coi capelli bianchi che prometteva una vita diversa. Pareva, ad accompagnarlo in quelle bolge notturne, surreale il dialogo fra un sacerdote ottantenne e rumene o nigeriane diciottenni. Credevi che quelle ragazze sarebbero scoppiate a ridere. Invece no: lo ascoltavano, infastidite prima, poi meravigliate. Guarda, diceva il vecchio nella luce rossastra dei falò, che tu non sei nata per vivere così, guarda che puoi ricominciare tutto da capo. E sotto il trucco pesante, da marciapiede, due occhi lo guardavano, stupiti, dopo tanto tempo, nel sentirsi guardare come qualcosa di prezioso. Cinquecento donne hanno cambiato vita incontrando una notte quel prete. Un cacciatore d’anime sui viali della riviera romagnola; o, più che cacciatore, un mendicante. Gentile, ostinato, allungava tenacemente la mano. Non si arrendeva mai. Un combattente, anche. Uno che si alzava alle 5 del mattino e diceva le Lodi e il rosario in macchina, in viaggio verso uno dei 33 centri della Comunità Giovanni XXIII. Tuttavia, il mare di cose che riusciva a fare, a stargli accanto solo per qualche ora, pareva quasi un secondo lavoro rispetto al vero centro delle sue giornate: la preghiera, ora esplicita, ora interiore. Baricentro costante e silenzioso. Era strano vedere un sacerdote in tonaca nera fra la folla vociante e sguaiata delle notti di Rimini. E arrancandogli accanto – a 80 anni, alle due di notte don Oreste non era stanco – domandavi se non si sentiva a disagio, in quel caos. «A disagio? Qui sto benissimo. Faccio contemplazione. Cerco Cristo nella faccia di tutti quelli che incontro ».È stata la profezia di don Benzi: per trovare Dio non occorre chiamarsi fuori dal mondo, o frequentare buone compagnie. In mezzo agli uomini invece, nelle loro notti avide o smarrite, a riconoscere cosa c’è davvero dietro quell’ansia di vivere – che cosa attendono e non trovano, nell’ebbrezza del buio e dell’estate, in fondo a nessun gioco o bicchiere. In mezzo agli uomini, tra di loro e anzi tra quelli che crediamo peggiori. A testa alta, sicuro – eppure sempre con quella mano aperta e tesa. Ci resterà, di don Benzi, il ricordo di un colloquio nel suo studio con una giovane prostituta africana appena sfuggita ai suoi protettori. Guardavamo in basso, e così abbiamo notato i piedi. Quelli della ragazza, neri, agili come di una gazzella inseguita, e irrequieti di paura. Quelli di don Oreste, le scarpe grosse con le suole consunte da prete di marciapiede. Immobili, piazzati a terra come colonne. Come di chi ha radici di una fede profonda, e non oscilla, e non ha paura di nessuno.
Attendo con impazienza la giornata del suo intervento e alla fine di esso scopro quello che agli organizzatori era sembrata la cosa più ovvia. Non dormirà a Collevalenza e rientrerà subito al lavoro... nella sua Rimini. Che delusione per me. Che grande uomo lui!!!
LA PROFEZIA DI DON ORESTE UN MENDICANTE D’ANIME SUI VIALI DELLA RIVIERA ROMAGNOLA
MARINA CORRADI Avvenire, 3.11.2007
« Se chiama qualcuno dalla strada e vuole venirne via, dare subito il numero di cellulare di don Oreste». La scritta in caratteri grossi, neri, dietro la scrivania in una stanza di via Grotta Rossa a Rimini, era imperiosa. L’ordine della casa, cui nessuno poteva contravvenire. Nel caso di un barlume di ripensamento, magari nello sfinimento di un’alba livida su un viale di periferia, don Benzi – 58 anni di sacerdozio – sapeva che bisognava esserci, subito: prima che la rassegnazione seppellisse il principio di una sparuta speranza.Il vecchio prete morto nel suo letto, nel sonno, tra la notte dei Santi e quella dei Morti, aveva sotto la tonaca lisa qualcosa di una statura epica. A seguirlo nel fondo delle notti riminesi, nei giri in cui raccattava prostitute e drogati per convincerli a cambiare vita, si aveva inizialmente l’impressione di uno straordinario don Chisciotte. Le ragazze dei viali guardavano come un folle gentile quel prete coi capelli bianchi che prometteva una vita diversa. Pareva, ad accompagnarlo in quelle bolge notturne, surreale il dialogo fra un sacerdote ottantenne e rumene o nigeriane diciottenni. Credevi che quelle ragazze sarebbero scoppiate a ridere. Invece no: lo ascoltavano, infastidite prima, poi meravigliate. Guarda, diceva il vecchio nella luce rossastra dei falò, che tu non sei nata per vivere così, guarda che puoi ricominciare tutto da capo. E sotto il trucco pesante, da marciapiede, due occhi lo guardavano, stupiti, dopo tanto tempo, nel sentirsi guardare come qualcosa di prezioso. Cinquecento donne hanno cambiato vita incontrando una notte quel prete. Un cacciatore d’anime sui viali della riviera romagnola; o, più che cacciatore, un mendicante. Gentile, ostinato, allungava tenacemente la mano. Non si arrendeva mai. Un combattente, anche. Uno che si alzava alle 5 del mattino e diceva le Lodi e il rosario in macchina, in viaggio verso uno dei 33 centri della Comunità Giovanni XXIII. Tuttavia, il mare di cose che riusciva a fare, a stargli accanto solo per qualche ora, pareva quasi un secondo lavoro rispetto al vero centro delle sue giornate: la preghiera, ora esplicita, ora interiore. Baricentro costante e silenzioso. Era strano vedere un sacerdote in tonaca nera fra la folla vociante e sguaiata delle notti di Rimini. E arrancandogli accanto – a 80 anni, alle due di notte don Oreste non era stanco – domandavi se non si sentiva a disagio, in quel caos. «A disagio? Qui sto benissimo. Faccio contemplazione. Cerco Cristo nella faccia di tutti quelli che incontro ».È stata la profezia di don Benzi: per trovare Dio non occorre chiamarsi fuori dal mondo, o frequentare buone compagnie. In mezzo agli uomini invece, nelle loro notti avide o smarrite, a riconoscere cosa c’è davvero dietro quell’ansia di vivere – che cosa attendono e non trovano, nell’ebbrezza del buio e dell’estate, in fondo a nessun gioco o bicchiere. In mezzo agli uomini, tra di loro e anzi tra quelli che crediamo peggiori. A testa alta, sicuro – eppure sempre con quella mano aperta e tesa. Ci resterà, di don Benzi, il ricordo di un colloquio nel suo studio con una giovane prostituta africana appena sfuggita ai suoi protettori. Guardavamo in basso, e così abbiamo notato i piedi. Quelli della ragazza, neri, agili come di una gazzella inseguita, e irrequieti di paura. Quelli di don Oreste, le scarpe grosse con le suole consunte da prete di marciapiede. Immobili, piazzati a terra come colonne. Come di chi ha radici di una fede profonda, e non oscilla, e non ha paura di nessuno.
venerdì 21 settembre 2007
Privilegi per la Chiesa? Realtà o fantasia
Mi sono imbattuto in un blog dove ho letto che la Chiesa vive alle spese dello Stato e gode di riservati ed esclusivi privilegi. Così a parer mio non è.
Qui sotto la mia risposta e l'articolo con il link del blog che "tanto per cambiare" bersaglia la Chiesa.
Sicuro che solo la Chiesa goda dell'8 per mille? Credevo si potessero avere più scelte?
Sicuro che gli immobili commerciali di proprietà della Chiesa non paghino l'Ici? Chiedi bene al tuo commercialista?
Sicuro che il San Raffaele sia ancora di proprietà della Chiesa?
Sicuro che tutte le scuole private siano della Chiesa cattolica?
Sicuro che l'abbattimento del 50% dell'Ires sia solo per la Chiesa? Confonderai mica gli Enti non commerciali con la Chiesa?
E mi fermo qui.
D'accordo che molte scuole private sono cattoliche, molti enti non commerciali sono della Chiesa, ma i vantaggi non sono solo per la Chiesa. Oggi soprattutto.
Oggi politicamente nessuno è favorito come le cooperative; altro che la Chiesa! Se devi iniziare un'attività solo con le coop riesci ad ottenere finanziamenti a fondo perduto.
Però scagliarsi contro la Chiesa fa fine...
Prima di dare arroganti lezioni alla Cei e a Bertone sul non pronunciare falsa testimonianza, fai un esame di coscienza e verifica anche la prova contraria. Non vorrei che ti ritrovassi anche tu col naso di Pinocchio.
blog
http://www.terzoocchio.org/comments.php?id=476_0_1_
-->
I privilegi fiscali economici e fiscali di cui gode la Chiesa Cattolica nei confronti dello Stato Italiano, alla faccia della laicità dello stato.
I privilegi della Chiesa Cattolica
01 Sep, 2007 di SKA su L'ora di religione
In questi ultimi giorni si è fatto un gran parlare dei privilegi economici e fiscali della Chiesa Cattolica, soprattutto per la richiesta di "informazioni supplementari" da parte dell’Unione Europea. Il tutto ha avuto culmine con le parole di Betori che dichiara "Qualcuno vuole buttare fango sulla Chiesa facendo credere che la Chiesa goda di privilegi. Questo è assolutamente falso". A Bertone, ricordando l’8° Comandamento che recita “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.”, ricordiamo anche tutti i privilegi di cui gode tranquillamente la Chiesa Cattolica e che sono spesso oggetto di un dilagante e colpevole, a mia detta, silenzio.
Partiamo dalla Costituzione Italiana per porre le basi del discorso “Stato e chiesa cattolica sono ciascuno, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Quindi si presume che lo debbano essere anche economicamente. Ne avevo parlato qualche tempo fa con l’articolo "La multinazionale chiamata Chiesa Cattolica" in cui si faceva un rapido excursus del potere economico acquisito dalla Chiesa, spesso a discapito dello Stato stesso.
Qui parliamo invece dei veri e propri privilegi economici e tributari.
8 per Mille E’ l’argomento di cui più spesso si parla, credendo di saperne quasi tutto. Riprendendo ciò che era scritto nell’articolo precedente. L’"8 per mille” è una percentuale detratta dal gettito dell’IRPEF. Grazie ad esso la Chiesa riceve attualmente circa un miliardo di euro. Una cifra non destinata ad opere di carità come vorrebbero farci credere. In base ai dati della CEI relative al trienni 2002-2004 i fondi sono destinati per il 20% a interventi caritativi, 34% al sostentamento del clero e 46% per esigenze di culto. E siccome “In caso si scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”, soltanto un terzo degli Italiani sceglie a chi devolvere l’8 per mille, quindi l’85% va ogni anno alla Chiesa Cattolica. L’8 per Mille inoltre, come molti credono, non va direttamente allo Stato Vaticano, ma direttamente nelle casse della Conferenza Episcopale Italiana.
ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) * La Chiesa Cattolica gode dell’esenzione totale dell’ICI relativamente ai fabbricati destinati in via esclusiva all’esercizio del culto e le relative pertinenze. Dal 2007 (con la finanziaria del centro-sinistra)è invece prevista anche l’esenzione dell’Ici per gli immobili adibiti a scopi commerciali per la Chiesa, basta “che sia mantenuta una piccola struttura destinata ad attivitá religiose.” Il mancato gettito annuale per i comuni é stato calcolato nell’ordine dei 300 milioni di euro (la Repubblica, 8/10/2005). Anche se in realtà il gettito mancante calcolato sarebbe di 2 miliardi e 250 milioni di euro, circa, complessivi.
IRES (Imposta sul reddito delle società) * È previsto per la Chiesa l’abbattimento dell’Ires del 50% nei confronti degli enti di assistenza e beneficenza e gli altri enti il cui fine è equiparato per legge ai fini di assistenza ed istruzione.
IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive) * La legge Italiana stabilisce che le retribuzioni corrisposte ai sacerdoti non costituiscono base imponibili ai fini dell’IRAP.
Tasse immobiliari e doganali Gli immobili della Chiesa da qualsiasi tipo di tributo, verso lo Stato o qualsiasi altro ente. Mentre le merci provenienti dall’estero (anche dall’Italia) e dirette verso Città del Vaticano o ad uffici della Santa Sede sono sempre ammesse e non sono soggette diritti doganali e dazi, quindi completamente esenti.
Tra il 2004 e 2005 le finanziarie di quegli anni hanno stanziato circa 50 milioni di euro destinati all’Università Campus Bio-Medico che si autodefinisce “opera apostolica della Prelatura dell’Opus Dei che intende operare in piena fedeltà al Magistero della Chiesa Cattolica, che è garante del valido fondamento del sapere umano, poichè l’autentico progresso scientifico non può mai entrare in opposizione con la Fede, giacchè la ragione e la fede hanno origine nello stesso Dio, fonte di ogni verità”
Finanziaria 2005 : 15 milioni di euro per il Centro San Raffaele del Monte Tabor.
Legge n.293/2003: riconoscimento legislativo all’Istituto di studi politici San Pio V con relativo finanziamento previsto di 1,5 milioni di euro annui.
Nel 2003 si è definito ancora più specificatamente il ruolo degli insegnanti di religione cattolica, scelti dai vescovi e pagati dallo Stato Italiano. Nell’Agosto 2003 è stata infatti varata la legge per l’immissione in ruolo degl insegnanti di religione, circa 35.000, con un costo complessivo che supera il miliardo di euro.
Dal 2000, con la legge n.62/2000, sono state parificate le scuole private a quelle pubbliche e pertanto le scuole private (in larga parte cattoliche) entrano a far parte in pieno titolo del sistema di istruzione nazionale e vengono trattate alla pari anche sul piano economico. La legge istituiva 300 miliardi annui delle vecchie lire per le scuole private. Nel 2005 il Ministro Moratti specifica che lo Stato Italiano debba svolgere “partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie”.
Sempre secondo i dati del 2005 i fondi elargiti alle “scuole secondarie non statali” ammontavano a 500 milioni e 500 mila euro (circolare ministeriale n.38 del 22 Marzo 2005).
Ricordiamo anche che i funzionari della Chiesa sono stipendiati dallo Stato Italiano in base all’Art. 11 del Concordato con la Chiesa Cattolica, che in pratica al primo comma stabilisce la libertà religiosa all’interno dei corpi delle Forze Armate ed altri enti statali. Al comma 2 però si stabilisce che l’assistenza spirituale a quegli stessi enti è assicurata da ecclesiastici nominati dalle autorità italiane competenti e su designazione dell’autorità ecclesiastica. Con una serie di accordi caso per caso si stabilisce che su indicazione della Chiesa lo Stato Italiano debba pagare una retribuzione per la libertà di culto.
Per ulteriori cifre relative ai privilegi della Chiesa leggete anche "La multinazionale chiamata Chiesa Cattolica".
Fonti utili: Articolo de Il Sole 24 Ore Privilegî economici e fiscali della Chiesa cattolica - Relazione di Silvio Manzati al convegno nazionale sulla laicità tenuto a Verona il 14 ottobre 2006 I Privilegi della Chiesa Cattolica - CalogeroMartorana.it Patti Lateranensi Testi integrali delle varie versioni dei Concordati Lateranensi
Qui sotto la mia risposta e l'articolo con il link del blog che "tanto per cambiare" bersaglia la Chiesa.
Sicuro che solo la Chiesa goda dell'8 per mille? Credevo si potessero avere più scelte?
Sicuro che gli immobili commerciali di proprietà della Chiesa non paghino l'Ici? Chiedi bene al tuo commercialista?
Sicuro che il San Raffaele sia ancora di proprietà della Chiesa?
Sicuro che tutte le scuole private siano della Chiesa cattolica?
Sicuro che l'abbattimento del 50% dell'Ires sia solo per la Chiesa? Confonderai mica gli Enti non commerciali con la Chiesa?
E mi fermo qui.
D'accordo che molte scuole private sono cattoliche, molti enti non commerciali sono della Chiesa, ma i vantaggi non sono solo per la Chiesa. Oggi soprattutto.
Oggi politicamente nessuno è favorito come le cooperative; altro che la Chiesa! Se devi iniziare un'attività solo con le coop riesci ad ottenere finanziamenti a fondo perduto.
Però scagliarsi contro la Chiesa fa fine...
Prima di dare arroganti lezioni alla Cei e a Bertone sul non pronunciare falsa testimonianza, fai un esame di coscienza e verifica anche la prova contraria. Non vorrei che ti ritrovassi anche tu col naso di Pinocchio.
blog
http://www.terzoocchio.org/comments.php?id=476_0_1_
-->
I privilegi fiscali economici e fiscali di cui gode la Chiesa Cattolica nei confronti dello Stato Italiano, alla faccia della laicità dello stato.
I privilegi della Chiesa Cattolica
01 Sep, 2007 di SKA su L'ora di religione
In questi ultimi giorni si è fatto un gran parlare dei privilegi economici e fiscali della Chiesa Cattolica, soprattutto per la richiesta di "informazioni supplementari" da parte dell’Unione Europea. Il tutto ha avuto culmine con le parole di Betori che dichiara "Qualcuno vuole buttare fango sulla Chiesa facendo credere che la Chiesa goda di privilegi. Questo è assolutamente falso". A Bertone, ricordando l’8° Comandamento che recita “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.”, ricordiamo anche tutti i privilegi di cui gode tranquillamente la Chiesa Cattolica e che sono spesso oggetto di un dilagante e colpevole, a mia detta, silenzio.
Partiamo dalla Costituzione Italiana per porre le basi del discorso “Stato e chiesa cattolica sono ciascuno, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Quindi si presume che lo debbano essere anche economicamente. Ne avevo parlato qualche tempo fa con l’articolo "La multinazionale chiamata Chiesa Cattolica" in cui si faceva un rapido excursus del potere economico acquisito dalla Chiesa, spesso a discapito dello Stato stesso.
Qui parliamo invece dei veri e propri privilegi economici e tributari.
8 per Mille E’ l’argomento di cui più spesso si parla, credendo di saperne quasi tutto. Riprendendo ciò che era scritto nell’articolo precedente. L’"8 per mille” è una percentuale detratta dal gettito dell’IRPEF. Grazie ad esso la Chiesa riceve attualmente circa un miliardo di euro. Una cifra non destinata ad opere di carità come vorrebbero farci credere. In base ai dati della CEI relative al trienni 2002-2004 i fondi sono destinati per il 20% a interventi caritativi, 34% al sostentamento del clero e 46% per esigenze di culto. E siccome “In caso si scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”, soltanto un terzo degli Italiani sceglie a chi devolvere l’8 per mille, quindi l’85% va ogni anno alla Chiesa Cattolica. L’8 per Mille inoltre, come molti credono, non va direttamente allo Stato Vaticano, ma direttamente nelle casse della Conferenza Episcopale Italiana.
ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) * La Chiesa Cattolica gode dell’esenzione totale dell’ICI relativamente ai fabbricati destinati in via esclusiva all’esercizio del culto e le relative pertinenze. Dal 2007 (con la finanziaria del centro-sinistra)è invece prevista anche l’esenzione dell’Ici per gli immobili adibiti a scopi commerciali per la Chiesa, basta “che sia mantenuta una piccola struttura destinata ad attivitá religiose.” Il mancato gettito annuale per i comuni é stato calcolato nell’ordine dei 300 milioni di euro (la Repubblica, 8/10/2005). Anche se in realtà il gettito mancante calcolato sarebbe di 2 miliardi e 250 milioni di euro, circa, complessivi.
IRES (Imposta sul reddito delle società) * È previsto per la Chiesa l’abbattimento dell’Ires del 50% nei confronti degli enti di assistenza e beneficenza e gli altri enti il cui fine è equiparato per legge ai fini di assistenza ed istruzione.
IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive) * La legge Italiana stabilisce che le retribuzioni corrisposte ai sacerdoti non costituiscono base imponibili ai fini dell’IRAP.
Tasse immobiliari e doganali Gli immobili della Chiesa da qualsiasi tipo di tributo, verso lo Stato o qualsiasi altro ente. Mentre le merci provenienti dall’estero (anche dall’Italia) e dirette verso Città del Vaticano o ad uffici della Santa Sede sono sempre ammesse e non sono soggette diritti doganali e dazi, quindi completamente esenti.
Tra il 2004 e 2005 le finanziarie di quegli anni hanno stanziato circa 50 milioni di euro destinati all’Università Campus Bio-Medico che si autodefinisce “opera apostolica della Prelatura dell’Opus Dei che intende operare in piena fedeltà al Magistero della Chiesa Cattolica, che è garante del valido fondamento del sapere umano, poichè l’autentico progresso scientifico non può mai entrare in opposizione con la Fede, giacchè la ragione e la fede hanno origine nello stesso Dio, fonte di ogni verità”
Finanziaria 2005 : 15 milioni di euro per il Centro San Raffaele del Monte Tabor.
Legge n.293/2003: riconoscimento legislativo all’Istituto di studi politici San Pio V con relativo finanziamento previsto di 1,5 milioni di euro annui.
Nel 2003 si è definito ancora più specificatamente il ruolo degli insegnanti di religione cattolica, scelti dai vescovi e pagati dallo Stato Italiano. Nell’Agosto 2003 è stata infatti varata la legge per l’immissione in ruolo degl insegnanti di religione, circa 35.000, con un costo complessivo che supera il miliardo di euro.
Dal 2000, con la legge n.62/2000, sono state parificate le scuole private a quelle pubbliche e pertanto le scuole private (in larga parte cattoliche) entrano a far parte in pieno titolo del sistema di istruzione nazionale e vengono trattate alla pari anche sul piano economico. La legge istituiva 300 miliardi annui delle vecchie lire per le scuole private. Nel 2005 il Ministro Moratti specifica che lo Stato Italiano debba svolgere “partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie”.
Sempre secondo i dati del 2005 i fondi elargiti alle “scuole secondarie non statali” ammontavano a 500 milioni e 500 mila euro (circolare ministeriale n.38 del 22 Marzo 2005).
Ricordiamo anche che i funzionari della Chiesa sono stipendiati dallo Stato Italiano in base all’Art. 11 del Concordato con la Chiesa Cattolica, che in pratica al primo comma stabilisce la libertà religiosa all’interno dei corpi delle Forze Armate ed altri enti statali. Al comma 2 però si stabilisce che l’assistenza spirituale a quegli stessi enti è assicurata da ecclesiastici nominati dalle autorità italiane competenti e su designazione dell’autorità ecclesiastica. Con una serie di accordi caso per caso si stabilisce che su indicazione della Chiesa lo Stato Italiano debba pagare una retribuzione per la libertà di culto.
Per ulteriori cifre relative ai privilegi della Chiesa leggete anche "La multinazionale chiamata Chiesa Cattolica".
Fonti utili: Articolo de Il Sole 24 Ore Privilegî economici e fiscali della Chiesa cattolica - Relazione di Silvio Manzati al convegno nazionale sulla laicità tenuto a Verona il 14 ottobre 2006 I Privilegi della Chiesa Cattolica - CalogeroMartorana.it Patti Lateranensi Testi integrali delle varie versioni dei Concordati Lateranensi
sabato 23 giugno 2007
...e gli ebrei difendono Allam da Lerner!
L'incontro con Magdi Allam mi ha un po' cambiato.
Mi ha "chiamato" a non tacere. A dire ciò che penso.
I due pezzi pubblicati oggi sono da leggere uno dietro l'altro.
Prima le assurdità di Lerner e poi la presa di posizione delle comunità ebraiche, contro Gad Lerner.
Gli ebrei difendono Magdi Allam da Gad Lerner
di Dimitri Buffa
Brutti scherzi fa il politically correct: le comunità ebraiche di mezza Italia e le associazioni di amicizia italo israeliane si sono tutte mobilitate via internet per difendere Magdi Allam dalle acide critiche di Gad Lerner, uno degli ebrei di sinistra più critici con la politica dello stato di Israele.
Tutto è nato da una specie di recensione dello stesso Lerner su Vanity Fair in cui traspariva un certo astio per l’ultimo libro dello scrittore egiziano intitolato “Viva Israele”. Che evidentemente deve essere un’esclamazione che ha fatto trasalire l’islamically correct di Lerner, noto per avere invitato spesso imam estremisti e gente dell’Ucoii a farneticare le proprie pretese ragioni nel programma “L’infedele”, trasmesso ogni sabato da “la 7”, la ex tv di Tronchetti Provera.
Nell’appello fatto girare via internet e già sottoscritto da decine di persone si legge tra l’ altro che “l’articolo di Gad Lerner uscito su Vanity Fair è un attacco a Magdi Allam, che noi ebrei non possiamo lasciar passare sotto silenzio. Abbiamo, singolarmente, espresso a Magdi tutta la nostra solidarietà e indignazione per le ignobili parole di Lerner. Che, oltre ad essere tali, possono essere, se non giustificate, almeno spiegate. Magdi Allam è in Italia, lui musulmano, vive da anni sotto scorta per il coraggio con il quale difende Israele, è stato minacciato di morte e la sua vita è quindi ogni giorno in serio pericolo. Questa sua dedizione gli è stata riconosciuta a Gerusalemme, con l’attribuzione del Premio Dan David e a Washington con il Mass Media Award dall’ American Jewish Commettee, due istituzioni che non praticano abitualmente lo sport di attaccare Israele, come capita a certi ebrei. Non entriamo in merito al testo di Lerner, ci limitiamo ad accluderlo per chi non lo conoscesse. Chiediamo agli ebrei italiani di firmare questo atto di amicizia e solidarietà per far giungere a Magdi Allam una voce sincera di amicizia e ringraziamento per il suo coraggioso e onesto impegno in favore della verità e della giustizia. E, come lui scrive sempre, per la vita contro la morte.”
L’articolo di Lerner era ambiguo già dal titolo: “La differenza fra traditori e transfughi: lettera a un levantino (come me)”. Nel testo si potevano leggere queste considerazioni: “Caro Magdi Allam, ho ricevuto tuo nuovo libro Viva Israele (Mondadori) con una dedica affettuosa che naturalmente ricambio. Mi rendo conto che ci hai messo l'anima, e che da uno come me ti attenderesti gratitudine per una dichiarazione d'amicizia, o meglio d'identificazione assoluta con la sorte del popolo ebraico e dello Stato d'Israele, che - nonostante le ottime intenzioni - mi lascia addosso invece un senso di disagio.”
Poi dopo avere espresso scetticismo per le posizioni di Allam, Lerner mette le mani avanti e dice di non avere “alcun diritto di farti il processo alle intenzioni”. E tuttavia poco prima parlava anche di riconversione che sa di posticcio. Più precisamente di “enfasi fideistica che esibisci, a me viene da cogliere il suono posticcio della moneta falsa.”
Lerner afferma anche, bontà sua, di non sentirsi turbato dal “ tuo tradimento nei confronti di un'ideologia panaraba zeppa di menzogne.” E aggiunge: “Il mio amico Alexander Langer mi ha insegnato la necessità del tradimento quando si tratta di rompere la gabbia della compattezza etnica. Ma non per saltare armi e bagagli dall'altra parte del muro, bensì per costruire ponti, favorire l'interscambio e la comprensione reciproca, incoraggiare l'autocritica fra la propria gente. Diceva Alex: abbiamo bisogno di traditori ma non di transfughi.”
Poi la chiosa finale, in chiave anti occidentale: “in effetti quel che mi ha dato più fastidio, nel tuo Viva Israele, Magdi, è che pure tu, come tanti nostri nemici, esalti una presunta, mai avvenuta, metamorfosi degli ebrei. Finalmente combattenti. Avamposto della guerra occidentale in difesa della sacralità della vita. Per carità, lasciaci continuare a essere quel che siamo! Certe mascherate sono troppo pericolose in tempo di guerra!”
Fin qui le accuse di Lerner a Allam, che si sostanziano in quella di essere dalla parte di Israele senza sé e senza ma. Per fortuna quasi tutto il resto degli ebrei italiani non la pensa come lui, ma come l’ottimo giornalista egiziano.
http://opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=128&id_art=3946&aa=2007
Mi ha "chiamato" a non tacere. A dire ciò che penso.
I due pezzi pubblicati oggi sono da leggere uno dietro l'altro.
Prima le assurdità di Lerner e poi la presa di posizione delle comunità ebraiche, contro Gad Lerner.
Gli ebrei difendono Magdi Allam da Gad Lerner
di Dimitri Buffa
Brutti scherzi fa il politically correct: le comunità ebraiche di mezza Italia e le associazioni di amicizia italo israeliane si sono tutte mobilitate via internet per difendere Magdi Allam dalle acide critiche di Gad Lerner, uno degli ebrei di sinistra più critici con la politica dello stato di Israele.
Tutto è nato da una specie di recensione dello stesso Lerner su Vanity Fair in cui traspariva un certo astio per l’ultimo libro dello scrittore egiziano intitolato “Viva Israele”. Che evidentemente deve essere un’esclamazione che ha fatto trasalire l’islamically correct di Lerner, noto per avere invitato spesso imam estremisti e gente dell’Ucoii a farneticare le proprie pretese ragioni nel programma “L’infedele”, trasmesso ogni sabato da “la 7”, la ex tv di Tronchetti Provera.
Nell’appello fatto girare via internet e già sottoscritto da decine di persone si legge tra l’ altro che “l’articolo di Gad Lerner uscito su Vanity Fair è un attacco a Magdi Allam, che noi ebrei non possiamo lasciar passare sotto silenzio. Abbiamo, singolarmente, espresso a Magdi tutta la nostra solidarietà e indignazione per le ignobili parole di Lerner. Che, oltre ad essere tali, possono essere, se non giustificate, almeno spiegate. Magdi Allam è in Italia, lui musulmano, vive da anni sotto scorta per il coraggio con il quale difende Israele, è stato minacciato di morte e la sua vita è quindi ogni giorno in serio pericolo. Questa sua dedizione gli è stata riconosciuta a Gerusalemme, con l’attribuzione del Premio Dan David e a Washington con il Mass Media Award dall’ American Jewish Commettee, due istituzioni che non praticano abitualmente lo sport di attaccare Israele, come capita a certi ebrei. Non entriamo in merito al testo di Lerner, ci limitiamo ad accluderlo per chi non lo conoscesse. Chiediamo agli ebrei italiani di firmare questo atto di amicizia e solidarietà per far giungere a Magdi Allam una voce sincera di amicizia e ringraziamento per il suo coraggioso e onesto impegno in favore della verità e della giustizia. E, come lui scrive sempre, per la vita contro la morte.”
L’articolo di Lerner era ambiguo già dal titolo: “La differenza fra traditori e transfughi: lettera a un levantino (come me)”. Nel testo si potevano leggere queste considerazioni: “Caro Magdi Allam, ho ricevuto tuo nuovo libro Viva Israele (Mondadori) con una dedica affettuosa che naturalmente ricambio. Mi rendo conto che ci hai messo l'anima, e che da uno come me ti attenderesti gratitudine per una dichiarazione d'amicizia, o meglio d'identificazione assoluta con la sorte del popolo ebraico e dello Stato d'Israele, che - nonostante le ottime intenzioni - mi lascia addosso invece un senso di disagio.”
Poi dopo avere espresso scetticismo per le posizioni di Allam, Lerner mette le mani avanti e dice di non avere “alcun diritto di farti il processo alle intenzioni”. E tuttavia poco prima parlava anche di riconversione che sa di posticcio. Più precisamente di “enfasi fideistica che esibisci, a me viene da cogliere il suono posticcio della moneta falsa.”
Lerner afferma anche, bontà sua, di non sentirsi turbato dal “ tuo tradimento nei confronti di un'ideologia panaraba zeppa di menzogne.” E aggiunge: “Il mio amico Alexander Langer mi ha insegnato la necessità del tradimento quando si tratta di rompere la gabbia della compattezza etnica. Ma non per saltare armi e bagagli dall'altra parte del muro, bensì per costruire ponti, favorire l'interscambio e la comprensione reciproca, incoraggiare l'autocritica fra la propria gente. Diceva Alex: abbiamo bisogno di traditori ma non di transfughi.”
Poi la chiosa finale, in chiave anti occidentale: “in effetti quel che mi ha dato più fastidio, nel tuo Viva Israele, Magdi, è che pure tu, come tanti nostri nemici, esalti una presunta, mai avvenuta, metamorfosi degli ebrei. Finalmente combattenti. Avamposto della guerra occidentale in difesa della sacralità della vita. Per carità, lasciaci continuare a essere quel che siamo! Certe mascherate sono troppo pericolose in tempo di guerra!”
Fin qui le accuse di Lerner a Allam, che si sostanziano in quella di essere dalla parte di Israele senza sé e senza ma. Per fortuna quasi tutto il resto degli ebrei italiani non la pensa come lui, ma come l’ottimo giornalista egiziano.
http://opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=128&id_art=3946&aa=2007
la vergognosa recensione di Lerner di "Viva Israele"
La differenza fra traditori e transfughi: lettera a un levantino (come me)
Magdi Allam, arabo, esprime nel suo libro un’identificazione totale con Israele. Che a me, ebreo, dà disagio.
Caro Magdi Allam, ho ricevuto tuo nuovo libro Viva Israele (Mondadori) con una dedica affettuosa che naturalmente ricambio. Mi rendo conto che ci hai messo l’anima, e che da uno come me ti attenderesti gratitudine per una dichiarazione d’amicizia, o meglio d’identificazione assoluta con la sorte del popolo ebraico e dello Stato d’Israele, che – nonostante le ottime intenzioni – mi lascia addosso invece un senso di disagio. Dapprima ho pensato che fosse solo una questione di tono. Per motivare la riconversione di un arabo egiziano alle buone ragioni universali d’Israele, la civiltà contro la barbarie, la vita contro la morte, autoproclami te stesso titolare di una nuova fede assoluta e incrollabile. Nobile e coraggioso è il tuo nuovo pensiero guida – la sacralità della vita – per il quale hai prescelto due portabandiera affiancati del calibro d’Israele e della Chiesa di Benedetto XVI. Più naturalmente un punto cardinale di riferimento: l’Occidente. Qui il confronto con l’infedele che ti scrive è impari. Posso solo inchinarmi al cospetto della tua rinascita spirituale. Fede assoluta e incrollabile? Tanto fragile, scettica, incoerente è la mia povera fede di povero mortale, da farmi avvertire estraneo il tuo faraonico Sturm und Drang. Lo so che ho torto, ma in tutto quel po’ po’ di enfasi fideistica che esibisci, a me viene da cogliere il suono posticcio della moneta falsa. Perché? Non ho alcun diritto di farti il processo alle intenzioni. Posso solo esprimerti solidarietà per le minacce recate alla tua sicurezza personale dagli islamisti che denunci ogni giorno sul Corriere e in Tv, mettendoci la firma e la faccia. E allora? E allora non è questione di tono, tu devoto io infedele, tu coraggioso io fifone.
Noi abbiamo più o meno la stessa età. Come tanti altri siamo arrivati entrambi in Italia per caso, dalla nativa sponda Sud del Mediterraneo. Quella guerra fulminea che Israele vinse in sei giorni quarant’anni fa, nel 1967, spezzando la tenaglia degli eserciti arabi che tentavano di distruggerlo, e conquistando vasti territori ancor oggi in larga misura purtroppo occupati, rappresenta un culmine emotivo della nostra adolescenza. Forse un giorno scriverò anch’io la mia Israele del ’67, la partecipazione minuto per minuto al conflitto, la famiglia tutta salva, la visita stupefatta – con mio padre – ai luoghi della vittoria miracolosa dallo stretto di Tiran fino al Golan, imbattendomi per la prima volta nelle case di fango dei profughi palestinesi in Cisgiordania, e dappertutto una voce flautata che cantava Jerushalaim shel zaav, cioè «Gerusalemme d’oro». Hai fatto bene a raccontare il Cairo nei giorni della sconfitta, con gli occhi di un ragazzino nazionalista. Perché l’umiliazione e l’infelicità araba che ne scaturirono sono fattori potenti di una guerra in cui siamo tuttora immersi. Né mi turba il tuo tradimento nei confronti di un’ideologia panaraba zeppa di menzogne. Il mio amico Alexander Langer mi ha insegnato la necessità del tradimento quando si tratta di rompere la gabbia della compattezza etnica. Ma non per saltare armi e bagagli dall’altra parte del muro, bensì per costruire ponti, favorire l’interscambio e la comprensione reciproca, incoraggiare l’autocritica fra la propria gente. Diceva Alex: abbiamo bisogno di traditori ma non di transfughi. È il senso di complicità che avvertivo quando mi accompagnasti nel ’98 ad Algeri. Portavo nella prima serata televisiva italiana una denuncia dell’integralismo islamico che all’epoca non ti vedeva ancora sensibile come oggi. Ma eravamo, io e te, qualcosa di antico da cui non si sfugge con i proclami e con le finte metamorfosi: due levantini. Sì, proprio gente di Levante, dai fenici alle repubbliche marinare, dai mercanti ai caravanserragli su e giù per le città cosmopolite di qui e di là del mare. Sanguemisti. Cabibbi. Gente d’outre-mer. Bastardi, per fortuna. Accomunati da una levantinità che solo gli ignoranti di storia mediterranea possono additare come una tara. In effetti quel che mi ha dato più fastidio, nel tuo Viva Israele, Magdi, è che pure tu, come tanti nostri nemici, esalti una presunta, mai avvenuta, metamorfosi degli ebrei. Finalmente combattenti. Avamposto della guerra occidentale in difesa della sacralità della vita. Per carità, lasciaci continuare a essere quel che siamo! Certe mascherate sono troppo pericolose in tempo di guerra!
http://lerner.style.it/archive.php?eid=9
Magdi Allam, arabo, esprime nel suo libro un’identificazione totale con Israele. Che a me, ebreo, dà disagio.
Caro Magdi Allam, ho ricevuto tuo nuovo libro Viva Israele (Mondadori) con una dedica affettuosa che naturalmente ricambio. Mi rendo conto che ci hai messo l’anima, e che da uno come me ti attenderesti gratitudine per una dichiarazione d’amicizia, o meglio d’identificazione assoluta con la sorte del popolo ebraico e dello Stato d’Israele, che – nonostante le ottime intenzioni – mi lascia addosso invece un senso di disagio. Dapprima ho pensato che fosse solo una questione di tono. Per motivare la riconversione di un arabo egiziano alle buone ragioni universali d’Israele, la civiltà contro la barbarie, la vita contro la morte, autoproclami te stesso titolare di una nuova fede assoluta e incrollabile. Nobile e coraggioso è il tuo nuovo pensiero guida – la sacralità della vita – per il quale hai prescelto due portabandiera affiancati del calibro d’Israele e della Chiesa di Benedetto XVI. Più naturalmente un punto cardinale di riferimento: l’Occidente. Qui il confronto con l’infedele che ti scrive è impari. Posso solo inchinarmi al cospetto della tua rinascita spirituale. Fede assoluta e incrollabile? Tanto fragile, scettica, incoerente è la mia povera fede di povero mortale, da farmi avvertire estraneo il tuo faraonico Sturm und Drang. Lo so che ho torto, ma in tutto quel po’ po’ di enfasi fideistica che esibisci, a me viene da cogliere il suono posticcio della moneta falsa. Perché? Non ho alcun diritto di farti il processo alle intenzioni. Posso solo esprimerti solidarietà per le minacce recate alla tua sicurezza personale dagli islamisti che denunci ogni giorno sul Corriere e in Tv, mettendoci la firma e la faccia. E allora? E allora non è questione di tono, tu devoto io infedele, tu coraggioso io fifone.
Noi abbiamo più o meno la stessa età. Come tanti altri siamo arrivati entrambi in Italia per caso, dalla nativa sponda Sud del Mediterraneo. Quella guerra fulminea che Israele vinse in sei giorni quarant’anni fa, nel 1967, spezzando la tenaglia degli eserciti arabi che tentavano di distruggerlo, e conquistando vasti territori ancor oggi in larga misura purtroppo occupati, rappresenta un culmine emotivo della nostra adolescenza. Forse un giorno scriverò anch’io la mia Israele del ’67, la partecipazione minuto per minuto al conflitto, la famiglia tutta salva, la visita stupefatta – con mio padre – ai luoghi della vittoria miracolosa dallo stretto di Tiran fino al Golan, imbattendomi per la prima volta nelle case di fango dei profughi palestinesi in Cisgiordania, e dappertutto una voce flautata che cantava Jerushalaim shel zaav, cioè «Gerusalemme d’oro». Hai fatto bene a raccontare il Cairo nei giorni della sconfitta, con gli occhi di un ragazzino nazionalista. Perché l’umiliazione e l’infelicità araba che ne scaturirono sono fattori potenti di una guerra in cui siamo tuttora immersi. Né mi turba il tuo tradimento nei confronti di un’ideologia panaraba zeppa di menzogne. Il mio amico Alexander Langer mi ha insegnato la necessità del tradimento quando si tratta di rompere la gabbia della compattezza etnica. Ma non per saltare armi e bagagli dall’altra parte del muro, bensì per costruire ponti, favorire l’interscambio e la comprensione reciproca, incoraggiare l’autocritica fra la propria gente. Diceva Alex: abbiamo bisogno di traditori ma non di transfughi. È il senso di complicità che avvertivo quando mi accompagnasti nel ’98 ad Algeri. Portavo nella prima serata televisiva italiana una denuncia dell’integralismo islamico che all’epoca non ti vedeva ancora sensibile come oggi. Ma eravamo, io e te, qualcosa di antico da cui non si sfugge con i proclami e con le finte metamorfosi: due levantini. Sì, proprio gente di Levante, dai fenici alle repubbliche marinare, dai mercanti ai caravanserragli su e giù per le città cosmopolite di qui e di là del mare. Sanguemisti. Cabibbi. Gente d’outre-mer. Bastardi, per fortuna. Accomunati da una levantinità che solo gli ignoranti di storia mediterranea possono additare come una tara. In effetti quel che mi ha dato più fastidio, nel tuo Viva Israele, Magdi, è che pure tu, come tanti nostri nemici, esalti una presunta, mai avvenuta, metamorfosi degli ebrei. Finalmente combattenti. Avamposto della guerra occidentale in difesa della sacralità della vita. Per carità, lasciaci continuare a essere quel che siamo! Certe mascherate sono troppo pericolose in tempo di guerra!
http://lerner.style.it/archive.php?eid=9
venerdì 22 giugno 2007
Il ringraziamento di Magdi Allam
Aderendo all'iniziativa, giunge il graditissimo ringraziamento di Magdi Allam.
Chi volesse aderire deve scrivere una mail all'indirizzo salviamoicristiani@gmail.com
Maggiori informazioni sull'iniziativa su questo blog.
Caro amico, grazie di cuore per avere aderito a questa manifestazione perdenunciare la persecuzione e l'esodo dei cristiani dal Medio Oriente e peraffermare il diritto alla libertà religiosa e il valore della sacralitàdella vita e della dignità della persona ovunque nel mondo. Ci vediamomercoledì 4 luglio alle ore 21 a Roma in Piazza S.S. Apostoli. Cordialisaluti e i miei più sinceri auguri di ogni bene, Magdi Allam.
giovedì 14 giugno 2007
una grande manifestazione per la vita, la dignità e la libertà dei cristiani e per il riscatto dell’insieme della nostra civiltà umana
A Roma il 4 luglio la "Manifestazione nazionale contro l'esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo"
Appello per una “Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo ”Dopo aver ascoltato e fatto nostro l’ “accorato appello” del Papa Benedetto XVI ad agire per porre fine alle “critiche condizioni in cui si trovano le comunità cristiane”, abbiamo deciso di promuovere una “Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo”. Noi non possiamo più continuare ad assistere inermi alle barbarie che stanno costringendo milioni di cristiani negli Stati arabi, musulmani e altrove nel mondo a fuggire dalle loro case e dai loro paesi. Al contempo noi denunciamo le violenze contro i religiosi e i fedeli cristiani che pagano con la vita l’impegno e la fedeltà a testimoniare la propria fede. La presenza dei cristiani si va assottigliando sempre più: dalla prima guerra mondiale circa 10 milioni di cristiani sono stati costretti a emigrare dal Medio Oriente. Una fuga simile alla cacciata degli ebrei sefarditi che, da un milione prima della nascita dello Stato di Israele, si sono ridotti a 5 mila. Invitiamo pertanto tutti gli uomini di buona volontà, al di là della loro fede, etnia e cultura, a partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà mercoledì 4 luglio a Piazza Santi Apostoli a Roma alle ore 21. Sarà una grande manifestazione per la vita, la dignità e la libertà dei cristiani e per il riscatto dell’insieme della nostra civiltà umana.
Appello per una “Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo ”Dopo aver ascoltato e fatto nostro l’ “accorato appello” del Papa Benedetto XVI ad agire per porre fine alle “critiche condizioni in cui si trovano le comunità cristiane”, abbiamo deciso di promuovere una “Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, per la libertà religiosa nel mondo”. Noi non possiamo più continuare ad assistere inermi alle barbarie che stanno costringendo milioni di cristiani negli Stati arabi, musulmani e altrove nel mondo a fuggire dalle loro case e dai loro paesi. Al contempo noi denunciamo le violenze contro i religiosi e i fedeli cristiani che pagano con la vita l’impegno e la fedeltà a testimoniare la propria fede. La presenza dei cristiani si va assottigliando sempre più: dalla prima guerra mondiale circa 10 milioni di cristiani sono stati costretti a emigrare dal Medio Oriente. Una fuga simile alla cacciata degli ebrei sefarditi che, da un milione prima della nascita dello Stato di Israele, si sono ridotti a 5 mila. Invitiamo pertanto tutti gli uomini di buona volontà, al di là della loro fede, etnia e cultura, a partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà mercoledì 4 luglio a Piazza Santi Apostoli a Roma alle ore 21. Sarà una grande manifestazione per la vita, la dignità e la libertà dei cristiani e per il riscatto dell’insieme della nostra civiltà umana.
Per aderire: salviamoicristiani@gmail.com
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