sabato, 13 settembre 2008 - Discorso del Papa a Lourdes dopo la processione “aux flambeaux”
Caro Monsignor Perrier, Vescovo di Tarbes e Lourdes, cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari pellegrini, cari fratelli e sorelle!
Centocinquant’anni fa, l’11 febbraio 1858, in questo luogo detto La grotta di Massabielle, fuori dell’abitato, una semplice ragazzina di Lourdes, Bernadette Soubirous, vide una luce e, dentro questa luce, una giovane signora “bella, bella, più di tutto”. Questa Signora si rivolse a lei con bontà e dolcezza, con rispetto e fiducia. “Essa mi dava del voi (racconta Bernadette)…Volete farmi il favore di venire qui durante i prossimi quindici giorni? (le domanda la Signora)…Essa mi guardava come una persona che parla ad un’altra persona”. E’ in questa conversazione, in questo dialogo tutto pervaso di delicatezza, che la Signora la incarica di trasmettere certi messaggi molto semplici sulla preghiera, la penitenza e la conversione. Non suscita meraviglia che Maria sia bella, giacché, nell’apparizione del 25 marzo 1858, ella rivela così il suo nome: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
Guardiamo a nostra volta quella “Donna vestita di sole”(Ap 12,1) che ci descrive la Scrittura. La Santissima Vergine Maria, la Donna gloriosa dell’Apocalisse, porta sul suo capo una corona di dodici stelle, che rappresentano le dodici tribù d’Israele, l’intero popolo di Dio, tutta la comunione dei santi, e insieme, ai suoi piedi, la luna, immagine della morte e della mortalità. Maria ha lasciato la morte dietro di sé; è interamente rivestita di vita, quella del Figlio, del Cristo risorto. Ella è così il segno della vittoria dell’amore, del bene e di Dio, che dona al nostro mondo la speranza di cui ha bisogno. Questa sera volgiamo il nostro sguardo verso Maria, così gloriosa e così umana, e lasciamo che sia lei a condurci verso Dio, che è il vincitore.
Numerose persone ne hanno reso testimonianza: l’incontro col viso luminoso di Bernadette sconvolgeva i cuori e gli sguardi. Sia durante le apparizioni che quando le raccontava, il suo viso diveniva tutto raggiante. Bernadette era ormai abitata dalla luce di Massabielle. La vita quotidiana della famiglia Soubirous, tuttavia, era tuttavia intessuta di miseria e di tristezza, di malattia e di incomprensione, di rifiuto e di povertà. Pur non mancando amore e calore nelle relazioni familiari, era difficile vivere nel “cachot” (la “prigione”). Ma le ombre della terra non hanno impedito di brillare alla luce del cielo: “La luce splende nelle tenebre…”(Gv 1,5). Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce. A partire dalla quarta apparizione Bernadette, arrivando alla grotta, accendeva ogni mattina un cero benedetto e lo teneva nella mano sinistra, fin che la Vergine le si mostrava.
Ben presto, vi furono persone che affidarono a Bernadette un cero perché lo conficcasse nella terra in fondo alla grotta. In breve tempo, anche altre persone deposero ceri in quel luogo di luce e di pace. La stessa Madre di Dio fece sapere di gradire l’omaggio toccante di quelle migliaia di ceri, che da allora rischiarano senza interruzione, per dare gloria a lei, il masso roccioso dell’apparizione. Da quel giorno, davanti alla grotta, notte e giorno, tanto d’estate quanto d’inverno, brilla un roveto ardente incendiato dalle preghiere dei pellegrini e dei malati, che esprimono le loro preoccupazioni e i loro bisogni, ma soprattutto la loro fede e la loro speranza. Venendo in pellegrinaggio qui, a Lourdes, noi vogliamo entrare, sulle orme di Bernadette, in quella straordinaria prossimità tra il cielo e la terra che non si è mai smentita e che non cessa di consolidarsi. Durante le apparizioni è da rilevare che Bernadette recita la corona sotto gli occhi di Maria, che si unisce a lei al momento della dossologia. Questo fatto conferma il carattere profondamente teocentrico della preghiera del Rosario. Quando recitiamo la corona, Maria ci offre il suo cuore e il suo sguardo per contemplare la vita del Figlio suo, Cristo Gesù. Il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo
II venne due volte qui, a Lourdes. Noi sappiamo quanto, nella sua vita e nel suo ministero, la preghiera si appoggiasse sull’intercessione della Vergine Maria. Come molti suoi Predecessori sulla Sede di Pietro, anch’egli incoraggiò vivamente la preghiera della corona; lo fece, tra l’altro, in un modo del tutto singolare, arricchendo il Rosario con la meditazione dei Misteri della Luce. Questi sono del resto rappresentati sulla facciata della Basilica nei nuovi mosaici, inaugurati l’anno scorso. Come per tutti gli avvenimenti della vita di Cristo che essa “serbava meditandoli nel suo cuore” (Lc 2,19), Maria ci fa comprendere tutte le tappe del ministero pubblico come parte integrante della rivelazione della Gloria di Dio. Possa Lourdes, terra di luce, restare una scuola per imparare a recitare il Rosario, che introduce i discepoli di Gesù, sotto gli occhi della Madre sua, in un dialogo autentico e cordiale con il suo Maestro!
Per bocca di Bernadette noi sentiamo la Vergine Maria chiederci di venire qui in processione per pregare con semplicità e fervore. La processione “aux flambeaux” traduce ai nostri occhi di carne il mistero della preghiera: nella comunione della Chiesa, che unisce eletti del cielo e pellegrini della terra, la luce zampilla dal dialogo tra l’uomo e il suo Signore e una strada luminosa si apre nella storia degli uomini, compresi anche i momenti più bui. Questa processione è un momento di grande gioia ecclesiale, ma anche un tempo di riflessione austera: le intenzioni che portiamo con noi sottolineano la nostra profonda comunione con tutti gli esseri che soffrono. Pensiamo alle vittime innocenti che subiscono la violenza, la guerra, il terrorismo, la carestia, o che portano le conseguenze delle ingiustizie, dei flagelli e delle calamità, dell’odio e dell’oppressione, degli attentati alla loro dignità umana e ai loro diritti fondamentali, alla loro libertà d’azione e di pensiero. Pensiamo anche a coloro che vivono problemi familiari o che soffrono in conseguenza della disoccupazione, della malattia, dell’infermità, della solitudine, della loro situazione di immigrati. Non voglio inoltre dimenticare coloro che patiscono a causa del nome di Cristo e che muoiono per Lui. Maria ci insegna a pregare, a fare della nostra preghiera un atto d’amore per Dio e di carità fraterna. Pregando con Maria, il nostro cuore accoglie coloro che soffrono. Come potrebbe la nostra vita non esserne, di conseguenza, trasformata? Perché il nostro essere e la nostra vita tutta intera non dovrebbero diventare luoghi di ospitalità per il nostro prossimo? Lourdes è un luogo di luce, perché è un luogo di comunione, di speranza e di conversione.
Ora che cala la notte Gesù ci dice: “Conservate le vostre lampade accese” (cfr Lc 12,35): la lampada della fede, la lampada della preghiera, la lampada della speranza e dell’amore! Questo camminare nella notte, portando la luce, parla con forza al nostro intimo, tocca il nostro cuore e dice molto di più che ogni altra parola pronunciata o intesa. Questo gesto riassume da solo la nostra condizione di cristiani in cammino: abbiamo bisogno di luce e, allo stesso tempo, siamo chiamati a divenire luce. Il peccato ci rende ciechi, ci impedisce di proporci come guide per i nostri fratelli, e ci spinge a diffidare di loro e a non lasciarci guidare. Abbiamo bisogno di essere illuminati e ripetiamo la supplica del cieco Bartimeo: “Maestro, fa’ che io veda!” (Mc 10,51). Fa’ che io veda il mio peccato che mi intralcia, ma soprattutto: Signore, fa’ che io veda la tua gloria! Lo sappiamo: la nostra preghiera è già stata esaudita e noi rendiamo grazie perché, come dice san Paolo nella Lettera
agli Efesini: “Cristo ti illuminerà” (5,14), e san Pietro aggiunge: “Egli vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2,9). A noi che non siamo la luce, Cristo può ormai dire: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), affidandoci la cura di fare risplendere la luce della carità. Come scrive l’apostolo san Giovanni: “Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo” (1 Gv 2,10). Vivere l’amore cristiano è fare entrare la luce di Dio nel mondo e, insieme, indicarne la vera sorgente. San Leone Magno scrive: “Chiunque, in effetti, vive piamente e castamente nella Chiesa, chi pensa alle cose di lassù, non a quelle della terra (cfr Col 3,2), è in certo modo simile alla luce celeste; mentre realizza egli stesso lo splendore di una vita santa, indica a molti, come una stella, la via che conduce a Dio” (Serm. III, 5).
In questo santuario di Lourdes, verso il quale i cristiani del mondo intero rivolgono lo sguardo da quando la Vergine Maria vi ha fatto brillare la speranza e l’amore, donando ai malati, ai poveri e ai piccoli il primo posto, siamo invitati a scoprire la semplicità della nostra vocazione: in realtà, basta amare. Domani la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce ci farà precisamente entrare nel cuore di questo mistero. In questa veglia, il nostro sguardo già si volge verso il segno della nuova Alleanza verso cui tutta la vita di Gesù converge. La Croce costituisce il supremo e perfetto atto d’amore di Gesù, che dona la vita per i suoi amici. “Così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Annunciata nei Canti del Servo di Dio, la morte di Gesù è una morte che diviene luce per i popoli; è una morte che, in collegamento con la liturgia di espiazione, porta la riconciliazione, una morte che segna la fine della morte. Da allora la Croce è segno di speranza, vessillo della vittoria di Gesù, perché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”(Gv 3,16). Attraverso la Croce tutta la nostra vita riceve luce, forza e speranza. Con essa è rivelata tutta la profondità dell’amore contenuto nel disegno originario del Creatore; con essa, tutto è sanato e portato al suo compimento. E’ per questo che la vita nella fede in Cristo morto e risorto diviene luce.
Le apparizioni erano circonfuse di luce e Dio ha voluto accendere nello sguardo di Bernadette una fiamma che ha convertito innumerevoli cuori. Quante persone vengono qui per vedere, sperando forse segretamente di ricevere qualche miracolo; poi, sulla via del ritorno, avendo fatto un’esperienza spirituale di vita autenticamente ecclesiale, cambiano il loro sguardo su Dio, sugli altri e su se medesime. Una piccola fiamma chiamata speranza, compassione, tenerezza le abita.
L’incontro discreto con Bernadette e con la Vergine Maria può cambiare una vita, perché esse sono presenti, in questo luogo di Massabielle, per condurci a Cristo, il quale è la nostra vita, la nostra forza, la nostra luce. Che la Vergine Maria e santa Bernadette vi aiutino a vivere da figli della luce per testimoniare, ogni giorno della vostra vita, che Cristo è la nostra luce, la nostra speranza, la nostra vita!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
sabato 13 settembre 2008
mercoledì 3 settembre 2008
L'incontro con Vicky al Meeting di Rimini
Grandi e interessanti incontri. Tra gli altri ho ascoltato i ministri Alfano, Sacconi e Frattini.
Ma la protagonista del Meeting è stata Vicky e su questo articolo di Piero Vietti, pubblicato sul Foglio c'è tutta la sua storia. Tra l'altro ho visitato la mostra sulle carceri, altro pezzo forte del Meeting 2008, proprio coontemporaneamente a Vicky, e qui ci sono le mie foto.
Pubblico anche la testimonianza di un carcerato letta davanti all'ampia platea del Meeting.
Il segreto del Meeting di Rimini è che Vicky c’è, ha l’Hiv ed è bellissima
Rimini. Mentre in Auditorium si presenta il libro di Luigi Giussani “Uomini senza Patria”, si
chiude il Meeting intitolato “O protagonisti o nessuno”. Vivendolo e parlando con chi racconta il suo lavoro in questi giorni, emerge come il Meeting sia innanzitutto luogo di educazione di un popolo. Giussani diceva che l’educazione è introduzione alla realtà totale: venerdì quasi mille persone hanno affollato un salone per sentire una serenata di Dvorák spiegata da un professore, mentre nella sala accanto altrettanti sentivano discutere di regole del mercato. Poco prima un professore anglicano aveva presentato un libro del cattolico Chesterton sull’eugenetica e un’ora dopo un gruppo di musicisti di Napoli avrebbe spiegato l’influenza della canzone napoletana su Mozart. Nel frattempo ogni dieci minuti partivano visite guidate per spiegare a centinaia di persone le conquiste dei portoghesi nel 1500, le opere di Guareschi o la Primavera di Praga. Impressiona la quantità di realtà e di fatti su cui si tenta di dare un giudizio con mostre e incontri. E come sia un luogo di incontro vero tra persone da tutto il mondo. Forse mai come quest’anno non è stata la politica a farla da padrona. Incontri e storie come quella di don Aldo Trento (pubblicata ieri dal Foglio) hanno riempito i saloni. Martedì pomeriggio ha parlato Vicky Aryenyo, donna dell’Uganda sulla cui storia Emmanuel Exitu ha girato un film premiato da Spike Lee a Cannes: “Greater”.
Vicky viveva a Kampala con il marito e due figli. Durante la terza gravidanza suo marito le chiede di abortire e minaccia di lasciarla se terminerà la gestazione. Vicky non capisce, pensa a uno scherzo. Il terzo figlio nasce e il marito la abbandona. Lei lavora in un ospedale e prova ad andare avanti da sola. A quattro anni, nel 1996, il figlio più piccolo si ammala di tubercolosi. I medici pensano sia un problema di alimentazione e lo rimandano a casa. Poi Vicky è colpita da una forma grave di erpes, ma i medici minimizzano: tutti l’hanno avuto. Nel giro di un anno è sempre più stanca, sta male, smette di lavorare e un giorno, a casa, cade a terra. Si sveglia in ospedale, i medici le fanno il test dell’Hiv: è positiva. “Perché io? – si chiede nel letto circondato da malati che muoiono uno dopo l’altro – Sono sempre stata fedele a mio marito”. C
apisce allora che il marito le chiedeva di abortire perché sapeva della malattia. Quando Vicky esce dall’ospedale il figlio peggiora: anche lui è positivo all’Hiv. Tra il 1998 e il 2001 è come se vivesse in un altro mondo pur restando in questo.
Gli amici e i parenti li abbandonano, i figli più grandi lasciano la scuola per portare soldi a casa. Nel 2001 alcuni volontari dell’International Meeting Point vanno a casa sua, dicono che possono aiutarla. Vicky non ci crede: “Perché se i miei amici non mi aiutano più dovrebbe farlo della gente che non conosco?”. Anche il terzo figlio lascia la scuola: la maestra e i compagni lo chiamano “scheletro”. L’unica reazione di Vicky è il pianto, il cuscino che assorbe le sue lacrime. Tornano quelli del Meeting Point, tra loro c’è Rose Busingye, un’infermiera che lavora lì. Dal naso e dalla bocca di Vicky esce pus in continuazione, i piedi sono piagati, il suo corpo vivo ma quasi in putrefazione. Rose le si siede accanto. Vicky si vergogna del suo odore, si sposta. Rose le si risiede accanto. E così altre tre, quattro volte. Rose le dice: “Se non vuoi venire tu al Meeting Point lascia che ci venga tuo figlio: ha una vita che può ancora vivere”. Vicky rifiuta, ma la frase le rimane in testa. Un giorno va al Meeting Point. Quando entra vede molti malati come lei. Stanno ballando. Di sicuro ha sbagliato posto, si dice, non è possibile che un malato possa ballare e sorridere, essere felice. Torna a casa. Dopo un po’ suo figlio comincia le cure al Meeting Point, lei ogni tanto ci va, ma resta in disparte.
Un giorno Rose la invita nel suo ufficio. “Vicky – le dice, guardandola negli occhi – tu hai un valore, e questo valore è più grande del valore della tua malattia. Ce la puoi fare, hai solo bisogno di ritrovare la speranza. Devi vivere per vedere i tuoi figli crescere”. Poi silenzio. Rose la guarda. Più tardi, a casa, Vicky ha ancora quegli occhi addosso, in testa, nel cuore. Continua a sentire quelle frasi. Da quando ha scoperto la malattia sono le prime parole di speranza che sente. Nessuno l’aveva mai trattata così. Comincia ad andare al Meeting Point, inizia la terapia. Rose non le ripeterà mai più quelle parole, ma è come se lo facesse in continuazione, con quello sguardo. Vicky capisce che anche lei può vivere, non importa in quale condizione. “Se Rose mi guarda in questo modo – si chiede – come sarà il volto di Dio?”. Ma capisce che Dio la guarda attraverso il volto di Rose, che “il volto di Dio era sul volto di Rose. E’ Cristo che è venuto da me”. La terapia prosegue, i tre figli tornano a scuola. Lei e il piccolo stanno sempre meglio. Perché hanno fatto un grande incontro su cui possono appoggiarsi, dice. “Lasciamo stare Lazzaro che è resuscitato tanti anni fa. Se non avete mai visto un miracolo, sono io, eccomi qua. Perché ero morta”.
Oggi Vicky è una donna bellissima, “libera”, dice di sé: “Quando moriremo, io e mio figlio moriremo come tutti, non schiavi del virus”. Ha perdonato suo marito e ha imparato a dire “sì” a quello che succede, a portare il peso della malattia che sa che non porta da sola: “Cl è una cosa viva, non un’associazione, e don Carron (il responsabile di Cl, ndr) è padre della mia speranza”. Il giorno dopo il suo incontro al Meeting è andata a visitare la mostra sul carcere, dove alcuni detenuti incontrano i visitatori e offrono panettoni cucinati da loro. Vicky, abbracciandoli uno a uno, ha detto loro che anche la sua malattia è una condanna, una prigione, ma che lei è libera. Come dicono quei detenuti. Che già oggi saranno a Padova, nel carcere di massima sicurezza in cui scontano la loro pena. Dove, dice uno di loro, “non vedo l’ora di tornare per raccontare a tutti quello che ho incontrato qui”. Perché “la conoscenza è sempre un avvenimento”, e non a caso sarà anche il titolo del Meeting 2009.
Rimini. Mentre in Auditorium si presenta il libro di Luigi Giussani “Uomini senza Patria”, si
Vicky viveva a Kampala con il marito e due figli. Durante la terza gravidanza suo marito le chiede di abortire e minaccia di lasciarla se terminerà la gestazione. Vicky non capisce, pensa a uno scherzo. Il terzo figlio nasce e il marito la abbandona. Lei lavora in un ospedale e prova ad andare avanti da sola. A quattro anni, nel 1996, il figlio più piccolo si ammala di tubercolosi. I medici pensano sia un problema di alimentazione e lo rimandano a casa. Poi Vicky è colpita da una forma grave di erpes, ma i medici minimizzano: tutti l’hanno avuto. Nel giro di un anno è sempre più stanca, sta male, smette di lavorare e un giorno, a casa, cade a terra. Si sveglia in ospedale, i medici le fanno il test dell’Hiv: è positiva. “Perché io? – si chiede nel letto circondato da malati che muoiono uno dopo l’altro – Sono sempre stata fedele a mio marito”. C
Gli amici e i parenti li abbandonano, i figli più grandi lasciano la scuola per portare soldi a casa. Nel 2001 alcuni volontari dell’International Meeting Point vanno a casa sua, dicono che possono aiutarla. Vicky non ci crede: “Perché se i miei amici non mi aiutano più dovrebbe farlo della gente che non conosco?”. Anche il terzo figlio lascia la scuola: la maestra e i compagni lo chiamano “scheletro”. L’unica reazione di Vicky è il pianto, il cuscino che assorbe le sue lacrime. Tornano quelli del Meeting Point, tra loro c’è Rose Busingye, un’infermiera che lavora lì. Dal naso e dalla bocca di Vicky esce pus in continuazione, i piedi sono piagati, il suo corpo vivo ma quasi in putrefazione. Rose le si siede accanto. Vicky si vergogna del suo odore, si sposta. Rose le si risiede accanto. E così altre tre, quattro volte. Rose le dice: “Se non vuoi venire tu al Meeting Point lascia che ci venga tuo figlio: ha una vita che può ancora vivere”. Vicky rifiuta, ma la frase le rimane in testa. Un giorno va al Meeting Point. Quando entra vede molti malati come lei. Stanno ballando. Di sicuro ha sbagliato posto, si dice, non è possibile che un malato possa ballare e sorridere, essere felice. Torna a casa. Dopo un po’ suo figlio comincia le cure al Meeting Point, lei ogni tanto ci va, ma resta in disparte.
Un giorno Rose la invita nel suo ufficio. “Vicky – le dice, guardandola negli occhi – tu hai un valore, e questo valore è più grande del valore della tua malattia. Ce la puoi fare, hai solo bisogno di ritrovare la speranza. Devi vivere per vedere i tuoi figli crescere”. Poi silenzio. Rose la guarda. Più tardi, a casa, Vicky ha ancora quegli occhi addosso, in testa, nel cuore. Continua a sentire quelle frasi. Da quando ha scoperto la malattia sono le prime parole di speranza che sente. Nessuno l’aveva mai trattata così. Comincia ad andare al Meeting Point, inizia la terapia. Rose non le ripeterà mai più quelle parole, ma è come se lo facesse in continuazione, con quello sguardo. Vicky capisce che anche lei può vivere, non importa in quale condizione. “Se Rose mi guarda in questo modo – si chiede – come sarà il volto di Dio?”. Ma capisce che Dio la guarda attraverso il volto di Rose, che “il volto di Dio era sul volto di Rose. E’ Cristo che è venuto da me”. La terapia prosegue, i tre figli tornano a scuola. Lei e il piccolo stanno sempre meglio. Perché hanno fatto un grande incontro su cui possono appoggiarsi, dice. “Lasciamo stare Lazzaro che è resuscitato tanti anni fa. Se non avete mai visto un miracolo, sono io, eccomi qua. Perché ero morta”.
Oggi Vicky è una donna bellissima, “libera”, dice di sé: “Quando moriremo, io e mio figlio moriremo come tutti, non schiavi del virus”. Ha perdonato suo marito e ha imparato a dire “sì” a quello che succede, a portare il peso della malattia che sa che non porta da sola: “Cl è una cosa viva, non un’associazione, e don Carron (il responsabile di Cl, ndr) è padre della mia speranza”. Il giorno dopo il suo incontro al Meeting è andata a visitare la mostra sul carcere, dove alcuni detenuti incontrano i visitatori e offrono panettoni cucinati da loro. Vicky, abbracciandoli uno a uno, ha detto loro che anche la sua malattia è una condanna, una prigione, ma che lei è libera. Come dicono quei detenuti. Che già oggi saranno a Padova, nel carcere di massima sicurezza in cui scontano la loro pena. Dove, dice uno di loro, “non vedo l’ora di tornare per raccontare a tutti quello che ho incontrato qui”. Perché “la conoscenza è sempre un avvenimento”, e non a caso sarà anche il titolo del Meeting 2009.
Piero Vietti
martedì 2 settembre 2008
Prescrizione per i reati Eternit !
Erano accusati e sono stati processati per omicidio colposo ma per i fratelli Thomas e Stephan Schmidheiny è scattata la prescrizione.
Il Tribunale federale ha respinto quanto richiesto dai parenti delle vittime dell'amianto, morti di cancro dopo aver lavorato nella fabbrica che produceva il terribile Eternit.
Questo conferma una prima sentenza che aveva già chiuso il caso.
I responsabili della fabbrica non possono essere puniti perché l'aieda Eternit ha cessato la produzione di amianto nel 1994.
Tratto da http://www.tsr.ch/tsr/index.html?siteSect=200002&sid=9619432&cKey=1219841174000
Il Tribunale federale ha respinto quanto richiesto dai parenti delle vittime dell'amianto, morti di cancro dopo aver lavorato nella fabbrica che produceva il terribile Eternit.
Questo conferma una prima sentenza che aveva già chiuso il caso.
I responsabili della fabbrica non possono essere puniti perché l'aieda Eternit ha cessato la produzione di amianto nel 1994.
Tratto da http://www.tsr.ch/tsr/index.html?siteSect=200002&sid=9619432&cKey=1219841174000
lunedì 1 settembre 2008
Tanto poi chi si conquista l'olimpiade resta a casa...

Il Decreto Legge che entra in vigore oggi n.112/08 assegna al Comitato Italiano Paraolimpico (articolo 63, comma 9-bis) un incremento di 3 milioni di euro dall'anno dal 2008 al 2010. Pertanto il contributo al Comitato Italiano Paraolimpico (CIP) previsto dalla Finanziaria 2006 (ove in verità si abbassava la quota di 500.000 euro annui) cresce ora di tre milioni.
Tanto poi chi si conquista l'olimpiade (con i minimi richiesti) resta a casa...
Vero Carmen?
sabato 14 giugno 2008
L'eternit lascia il posto ai pannelli solari

14.06.2008 da http://www.italianotizie.it/leggi.asp?idcont=475
L'eternit lascia il posto ai pannelli solari
di Anna Pullace
La Regione Toscana finanzia e coordina un progetto per sostituire i vecchi tetti in eternit delle case popolari con pannelli fotovoltaici che producono energia pulita.
Lo ha annunciato l’assessore regionale alla casa Eugenio Baronti, spiegando che l’operazione avrà un costo pari a zero, grazie al fatto che i pannelli solari producono energia elettrica che, venduta, genera un ritorno economico, permettendo di coprire le spese sostenute.
L’iniziativa prevede l’intervento su circa 130 edifici di proprietà pubblica, per una copertura totale di 130mila metri quadrati.
I lavori sono già stati effettuati su 26 palazzi, di cui 24 nell’area di Firenze e 2 nella zona di Massa-Carrara, e si concluderanno nel giro di 3 anni.
L’operazione è molto importante sia dal punto di vista ambientale ed ecologico che per quello economico. Anzitutto per la bonifica dei tetti delle case popolari della Toscana, molti dei quali realizzati in eternit che, come è noto, è composta da amianto, materiale dannoso per la salute.
La sostituzione delle coperture in eternit con pannelli fotovoltaici consente, poi, la produzione di energia pulita, senza emissioni inquinanti nell’atmosfera. E’ stato calcolato che grazie a questi dispositivi sarà evitata l’emissione di 3,5mila tonnellate di Co2 all’anno. Per quanto riguarda il rendimento economico, i pannelli fotovoltaici installati sui 130 palazzi produrranno, in un anno, 5,5 milioni di kilowattora, consentendo il risparmio di oltre 8mila barili di petrolio.
In aggiunta, la vendita dell’energia elettrica prodotta farà guadagnare 64 milioni di euro in 20 anni, cifra sufficiente a coprire i costi dell’intera operazione, comprensivi di rimozione e smaltimento dell’eternit e installazione dei pannelli solari.
Un applauso alla giunta della regione Toscana.
Speriamo che qualche politico locale legga e faccia "sua" quest'idea!
Lo voteremmo poi volentieri...
sabato 17 maggio 2008
La benedizione delle case arriverà solo con la prenotazione?
Un'altra notizia che mi crea sgomento. Sono atterrito.
Un'altra angheria sta per sbattere contro a noi cristiani.
La leggo sulla homepage di www.zenit.org
ROMA, venerdì, 16 maggio 2008 (ZENIT.org).- La Corte Europea con sentenza del 21 febbraio scorso ha condannato la Grecia per aver costretto l'avvocato Arret Alexandridis a manifestare i propri convincimenti religiosi in occasione della prestazione del giuramento previsto per l'inizio della sua attività forense (la formula del giuramento, infatti, era predisposta in modo tale da far supporre che il giurante fosse di fede cristiano-ortodossa).
La sentenza rende palese la violazione del diritto di libertà religiosa da parte delle varie confessioni religiose a cominciare dai preti della Chiesa cattolica che, durante il periodo pasquale, si presentano alle case per benedirle.
Sulla base di questa sentenza dal Ministero dell'Interno dovrebbero essere inoltrate diffide alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) affinché si astengano dall’esercitare simili pratiche, con minaccia di azioni legali per il ristoro del danno derivante dalla lesione del diritto di libertà religiosa (la CEDU ha liquidato 2.000 euro, nel caso di specie).
Contrariamente, c'è il rischio che ogni cittadino possa sporgere denuncia penale contro qualsiasi prete della Chiesa cattolica che si presentasse alla porta.
L'articolo nella sua interezza è qui http://www.zenit.org/article-14397?l=italian
Quando ci obbligheranno a murarci vivi nelle nostre case e a tagliarci la lingua?
Un'altra angheria sta per sbattere contro a noi cristiani.
La leggo sulla homepage di www.zenit.org
ROMA, venerdì, 16 maggio 2008 (ZENIT.org).- La Corte Europea con sentenza del 21 febbraio scorso ha condannato la Grecia per aver costretto l'avvocato Arret Alexandridis a manifestare i propri convincimenti religiosi in occasione della prestazione del giuramento previsto per l'inizio della sua attività forense (la formula del giuramento, infatti, era predisposta in modo tale da far supporre che il giurante fosse di fede cristiano-ortodossa).
La sentenza rende palese la violazione del diritto di libertà religiosa da parte delle varie confessioni religiose a cominciare dai preti della Chiesa cattolica che, durante il periodo pasquale, si presentano alle case per benedirle.
Sulla base di questa sentenza dal Ministero dell'Interno dovrebbero essere inoltrate diffide alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) affinché si astengano dall’esercitare simili pratiche, con minaccia di azioni legali per il ristoro del danno derivante dalla lesione del diritto di libertà religiosa (la CEDU ha liquidato 2.000 euro, nel caso di specie).
Contrariamente, c'è il rischio che ogni cittadino possa sporgere denuncia penale contro qualsiasi prete della Chiesa cattolica che si presentasse alla porta.
L'articolo nella sua interezza è qui http://www.zenit.org/article-14397?l=italian
Quando ci obbligheranno a murarci vivi nelle nostre case e a tagliarci la lingua?
giovedì 15 maggio 2008
Mons. Alceste Catella è il nuovo vescovo di Casale Monferrato

da www.vitacasalese.it (ove vi sono ulteriori approfondimenti)
IL PRIMO SALUTO ALLA DIOCESI
Carissimi,
è incontenibile il desiderio del cuore di inviare a tutti voi diocesani di Casale Monferrato il mio più affettuoso saluto. Vorrei essere capace di raggiungervi tutti e di abbracciarvi uno per uno per esprimervi quell’affetto che ho cominciato a nutrire per voi fin dal primo momento nel quale ho appreso che la volontà di Dio – espressa attraverso l’invito dell’amato papa Benedetto XVI – mi chiamava a venire tra voi; ad essere “un vescovo per voi, cristiano come voi”…
Voi potete ben immaginare la mia trepidazione nell’accogliere il compito che mi viene ora affidato; la parola fraterna del mio carissimo Vescovo mi ha incoraggiato, invitandomi a pregare con le parole del salmo: “Iacta cogitatm tuum in Domino” “Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno” (Sal 55/54,23).
Mi rivolgo in maniera particolare a voi carissimi sacerdoti e fin d’ora vi dichiaro la mia stima e la mia fiducia; fin d’ora vi chiedo di compatirmi e di aiutarmi; da solo non sono davvero nulla, con voi potremo, certamente, fare del nostro meglio per la gloria di Dio e per il bene del popolo che ci è affidato. Egualmente mi rivolgo ai diaconi, ai religiosi ed alle religiose: siamo chiamati a vivere in pienezza la nostra vocazione ed i nostri peculiari carismi e così edificare il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Un saluto ed un grazie alle sorelle ed ai fratelli che nella nostra Chiesa donano intelligenza, cuore, operosità nei diversi ambiti della pastoralità: nella catechesi, nell’animazione della liturgia, nel campo vasto e complesso della carità, nella pastorale giovanile, familiare, missionaria…
Ed un particolare ricordo va al “Gruppo Assistenti Pastorali”, quella che Mons. Cavalla definiva – nel 1980 – “una grande speranza per l’avvenire della nostra Chiesa” è divenuta, nel tempo, una confortante realtà.
Al carissimo Mons. Antonio Gennaro – Amministratore Diocesano – che con tanta sapienza ha guidato la Chiesa casalese in questi mesi, un grazie grande da tutti i casalesi e – da parte mia – la richiesta di continuare a starmi accanto. Insieme con lui saluto e ringrazio quanti operano nella Curia vescovile. Un particolare saluto al Venerando Capitolo Cattedrale nonché al Collegio dei Consultori.
Un saluto deferente e grato rivolgo a tutte le Autorità civili, giudiziarie, militari. Offro la sincera volontà di collaborare con voi – pur nella dovuta distinzione degli ambiti e nella necessaria autonomia – al conseguimento del bene comune della popolazione cui siamo chiamati a rendere il nostro servizio.
Desidero dire la mia vicinanza alle famiglie – alle mamme, ai papà – impegnati nell’arduo ed esaltante compito di educare, di trasmettere la vita ed insieme quei valori umani e cristiani che la rendono degna di essere vissuta. Sono vicino alle famiglie in difficoltà: non ho in animo d’essere giudice di nessuno, bensì fratello che vuole aiutare e sanare ferite e lacerazioni.
A voi giovani, che cosa dire? Troviamoci, incontriamoci, conosciamoci ed insieme confrontiamo i diversi “progetti di vita”; vorrei essere capace con la parola e con la testimonianza di farvi innamorare di Cristo e del suo “progetto di vita”... Aiutatemi in questo compito!
Alle persone sole, anziane, ammalate giunga la mia solidarietà e il desiderio di fare quanto è possibile perché le comunità cristiane “non voltino la testa dall’altra parte” ma sappiano essere accoglienti e vicine.
Un saluto colmo di affetto e di rispetto desidero rivolgere ai membri dell’antica comunità ebraica che vive in Casale.
Sorelle e fratelli a noi uniti dalla comune fede in Cristo, cerchiamo, davvero, più ciò che ci unisce che non quanto può dividere.
Il mio pensiero ed il mio affetto si rivolgono alle donne ed agli uomini che, provenienti da altre terre, altre culture, altre religioni - vivono nella nostra terra; saremo sempre pronti a tutelare la vostra dignità e ad accogliere la lezione che ci viene dalle multiformi maniere di intendere e di vivere i fondamentali valori umani.
Vorrei raggiungere con il mio saluto anche quanti non credono, quanti sono in ricerca: carissimi, busso con discrezione e rispetto alla vostra porta; sono “il cammino con voi”, dato che un credente non è uno “già arrivato”.
Come potrei, carissimi, in questo momento non andare con il pensiero e con l’affettuoso ricordo al carissimo ed indimenticabile mons. Germano Zaccheo? Come non chiedergli di essere ancora vicino a noi come lo è stato negli anni fecondi del suo ministero. So bene di quanto affetto lo avete circondato e quanto dolore ha suscitato la sua improvvisa scomparsa; condivido questo affetto, partecipo di questo dolore nella certezza di fede che egli è più presente che mai ed ancora ama e protegge la Chiesa casalese.
La penultima volta che ebbi la fortuna di incontrarlo fu nel mese di luglio dello scorso anno, al Santuario di Oropa. Era una splendida giornata ed Oropa era “presa d’assalto” da una moltitudine di fanciulli provenienti da tante parrocchie della Diocesi; i fanciulli indossavano dei foulards di tanti e diversificati colori; ed in mezzo a quel “coloratissimo giovane popolo” stava lui. Lui il pastore affettuoso che con loro gioiva, pregava, aiutava ad ascoltare ed a comprendere la Parola di Dio. Eccola la santa Chiesa casalese! Eccola nelle sue diverse età, vocazioni, compiti, associazioni, gruppi, movimenti… Ed in mezzo a noi il vero ed unico vero Pastore, il Signore Gesù e vi chiedo di fare un po’ di spazio anche a me – che sacramentalmente rendo presente il Signore -; vedrò di non essere “neutro”, ma di portare un po’ di “colore” perché la nostra Chiesa sia giovane e smagliante! Vengo da Oropa e giungo a Crea; dunque non esco dalla “casa della Madre”: presso di Lei mi rifugio e chiedo la sua intercessione, insieme a quella di Sant’Evasio nostro Patrono.
Su tutti invoco la benedizione del padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Biella 15 maggio 2008
+ Alceste Catella, Vescovo eletto di Casale Monferrato
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